Pandemia Coronavirus

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Coronavirus: stop stato di emergenza, ma non è tutto finito e ci aspetta la convivenza con l’influenza

20 luglio 2020

LA FONDAZIONE GIMBE, DOPO UN’ANALISI INDIPENDENTE DI ASPETTI GIURIDICI, SANITARI E SOCIALI, CONCLUDE CHE NON È OPPORTUNO PROLUNGARE LO STATO DI EMERGENZA. GLI ASPETTI SANITARI POSSONO ESSERE GESTITI DAL MINISTERO DELLA SALUTE E IL PARLAMENTO DEVE RIAPPROPRIARSI DEL SUO RUOLO LEGISLATIVO. TUTTAVIA, QUESTA DECISIONE DEVE ESSERE ACCOMPAGNATA DA UN POTENZIAMENTO DELLA COMUNICAZIONE PUBBLICA PERCHÉ NON È TUTTO FINITO E DA UN PIANO PER GESTIRE LA CONVIVENZA TRA EPIDEMIA INFLUENZALE E CORONAVIRUS, VERA EMERGENZA AUTUNNALE.

Con la delibera del 31 gennaio 2020 è stato dichiarato in Italia lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all'insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili. L’annuncio di una possibile proroga ha acceso una bagarre politica che rischia di far saltare gli equilibri di Governo, vista la perplessità di alcuni esponenti della maggioranza e il secco no dei partiti di opposizione che condiziona inevitabilmente anche i rapporti con le Regioni. Tanto che l’ipotesi iniziale di proroga al 31 dicembre è stata ridimensionata al 31 ottobre e le ultime indiscrezioni la danno come definitivamente tramontata.

«Ancora una volta – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – un dibattito che riguarda la tutela della salute e le libertà individuali delle persone viene ridotto alla contrapposizione tra schieramenti politici e alla necessità di mantenere equilibri di Governo, senza una valutazione sistematica di rischi e benefici del prolungamento dello stato di emergenza, oltre che la ricerca di soluzioni alternative». Per tali ragioni, “sterilizzando” la questione da presupposti ideologici, la Fondazione GIMBE ha analizzato e sintetizzato i principali aspetti giuridici, sanitari e sociali sia per aumentare la consapevolezza pubblica su un tema rilevante per salute e libertà delle persone, sia per informare una scelta del Governo coerente con il livello di rischio sanitario e rispettosa di una Repubblica parlamentare.

Aspetti giuridici. Dopo circa un mese dalla dichiarazione dello stato di emergenza, visto il precipitare della situazione sanitaria, l’Esecutivo ha reputato di esercitare i più ampi poteri decisionali mediante decreti legge, consentendo al Presidente del Consiglio di intervenire direttamente mediante DPCM, strumento legittimato dal DL 6/2020 e dal successivo DL 19/2020, che esclude controlli di Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale. L’opportunità della proroga, tuttavia, deve basarsi su condizioni d’emergenza (oggi inesistenti), oppure su una loro “imminenza” che giustifichino la necessità di essere fronteggiate con mezzi e poteri straordinari.

Se da un lato la proroga lascerebbe alla Protezione Civile la possibilità di azioni rapide e flessibili, dall’altro bisogna tenere conto che: la maggior parte delle misure per gestire la pandemia sono già state attuate; le differenze regionali del quadro epidemiologico non giustificano uno stato di emergenza nazionale; anche nel peggiore degli scenari eventuali criticità future possono essere gestite con strumenti legislativi che coinvolgono il Parlamento. Inoltre, dal punto di vista sanitario, il Ministro della Salute può disporre ordinanze urgenti, in materia di igiene e sanità pubblica e di polizia veterinaria, con efficacia estesa all'intero territorio nazionale o a parte di esso (art. 32, L. 833/78). E lo stesso potere spetta al Presidente della Regione e al sindaco, con efficacia estesa rispettivamente alla Regione (o a parte di essa) e al Comune. Infine, rispetto agli approvvigionamenti, per i quali la Protezione Civile ha avuto particolari poteri di intervento, il codice degli appalti già prevede l'aggiudicazione senza pubblicazione del bando di gara in casi connotati da urgenza (art. 63 D.Lgs 50/2016).

Aspetti sanitari. Guardando esclusivamente oltre confine, i presupposti sanitari per la proroga ci sarebbero tutti: da quelli che hanno motivato lo stato di emergenza nazionale del 31 gennaio, allo stato di pandemia dichiarato dall’OMS l’11 marzo, all’evidenza che a livello mondiale il numero dei casi continua a crescere. Tuttavia, nel nostro Paese la curva epidemica si è ormai stabilizzata e durante i mesi estivi la curva dei contagi sarà verosimilmente influenzata per lo più da focolai e casi di “rientro” da altri Paesi. Ma in questa valutazione ottimistica bisogna tener conto di tre elementi: l’Italia è stato il primo Paese, dopo la Cina, a sperimentare la pandemia; i risultati sono stati ottenuti anche grazie ad un lockdown rigoroso e prolungato; la stagione attuale è lontana dal picco dei virus respiratori (da ottobre ad aprile).

In altre parole, le criticità potrebbero emergere nella seconda parte dell’autunno, sia per la possibile risalita della curva dei contagi, potenzialmente influenzata anche dalla riapertura delle scuole, sia soprattutto per la “convivenza” della prossima stagione influenzale con il coronavirus. Tuttavia, fatta eccezione per la circolare del Ministero della Salute che raccomanda di potenziare la vaccinazione anti-influenzale, attualmente manca un piano per gestire l’enorme numero di pazienti con sintomi influenzali che sovraccaricheranno i servizi sanitari e che, in assenza di una diagnosi tempestiva, finiranno in quarantena con effetti imprevedibili sulle attività produttive.

In ogni caso, in assenza dell’effetto sorpresa, la probabilità di grandi emergenze ospedaliere è limitata e il servizio sanitario nazionale è stato adeguatamente potenziato per gestire una eventuale seconda ondata.

Aspetti sociali. In alcune persone, soprattutto se psicologicamente fragili, la proroga potrebbe alimentare paure e preoccupazioni per la ripresa dell’epidemia e per le possibili nuove restrizioni a libertà e diritti. Tuttavia, in termini di sanità pubblica è più rischioso il progressivo calo di attenzione che sarebbe ulteriormente alimentato dalla mancata proroga dello stato di emergenza. Ecco perché è necessario accompagnare la decisione con una forte comunicazione pubblica per non consolidare ulteriormente il messaggio che “ormai è tutto finito”.

«Le nostre analisi indipendenti – conclude Cartabellotta – suggeriscono che non è opportuno prorogare lo stato di emergenza, perché non esistono più condizioni sanitarie attuali o imminenti che lo giustifichino. Peraltro, l’uscita del Paese dallo stato di emergenza permetterebbe al Parlamento di riappropriarsi del suo ruolo legislativo. Il Governo, in ogni caso, potrebbe rivalutare più avanti la necessità di uno stato di emergenza nazionale, in relazione all’andamento della curva dei contagi, alla capacità di gestione dell’epidemia e alla reale necessità di tutelare salute pubblica e libertà individuali con strumenti “più agili”. Peraltro, presentarsi agli appuntamenti elettorali di settembre sotto uno stato di emergenza nazionale, aumenterebbe le tensioni politiche e potrebbe influenzare i risultati delle consultazioni stesse».


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