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25 maggio 2020 | Coronavirus: indice Rt poco affidabile per monitorare la fase 2

LA FONDAZIONE GIMBE ANALIZZA I LIMITI DELL’INDICE RT: PARAMETRO MOLTO VARIABILE, IMPRECISO, NON TEMPESTIVO, CONDIZIONATO DA QUALITÀ DEI DATI E DA ELEVATE VARIABILITÀ TRA LE REGIONI NELL’ESECUZIONE DI TAMPONI DIAGNOSTICI. L’ULTIMA STIMA DISPONIBILE FOTOGRAFA ANCORA LA FASE DI LOCKDOWN ED È CALCOLATA SOLO SUL 30% DEI CASI CONFERMATI DALLA PROTEZIONE CIVILE.

Il decreto del Ministero della Salute del 30 aprile ha incluso, tra i 21 indicatori di monitoraggio della fase 2, l’indice Rt, elaborato settimanalmente dalla Fondazione Bruno Kessler sulla base dei dati della sorveglianza integrata dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) che ogni venerdì, in occasione della conferenza stampa, comunica i valori aggiornati.

«I valori di Rt – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – sono diventati oggetto di dibattito pubblico con inopportune classifiche tra le Regioni che, in relazione alle variazioni settimanali, lo trasformano da vessillo da sbandierare a pomo della discordia, e viceversa. Addirittura, si è arrivati a ventilare l’ipotesi, subito archiviata dal Presidente dell’ISS, di utilizzare il valore di Rt per la mobilità interregionale». Intanto le Regioni, tra gli emendamenti del Decreto Rilancio, hanno chiesto di escludere il parametro Rt per misurare la diffusione del virus “sostituendolo con il parametro R0, che rappresenta il numero in media di casi secondari di un caso indice”.

«Se la richiesta delle Regioni di abbandonare l’utilizzo dell’indice Rt ha un senso – commenta il Presidente –risulta assolutamente incomprensibile quella di sostituirlo con il valore di R0, visto che si tratta dello stesso indice in fasi diverse dell’epidemia, a dimostrazione che sul monitoraggio del contagio la confusione regna ancora sovrana». Se il significato di R0 e Rt è lo stesso, ovvero il numero medio di persone che possono essere contagiate da un individuo infetto, l’ambito di applicazione e il significato pratico sono differenti. Infatti:

  • R0 (erre con zero): è una misura statica della potenziale contagiosità del SARS-CoV-2 all’inizio dell’epidemia, che presuppone che tutta la popolazione sia suscettibile data l’assenza di immunità. In Italia, uno studio condotto in 6 Regioni su 62.843 casi al 24 marzo 2020 riporta stime di R0 variabili tra 2,13 e 3,33.
  • Rt (erre con t): è una misura dinamica, che nel corso dell’epidemia si riduce proporzionalmente alla diminuzione dei soggetti suscettibili (aumento di quelli immuni e dei “casi chiusi”, ovvero guariti e deceduti), oltre che in conseguenza delle misure di distanziamento sociale attuate, ma può risalire per il riaccendersi di focolai oppure dopo l’allentamento delle misure di lockdown.

«Il valore di Rt – commenta il Presidente – inserito tra gli indicatori del Ministero della Salute per il monitoraggio della fase 2, di fatto è stato trasformato in un numero magico su cui fare classifiche, previsioni e addirittura prendere decisioni politiche regionali senza considerarne i limiti intrinseci e le criticità che ne influenzano il calcolo nel nostro contesto nazionale, dove continua a mancare un’adeguata base di dati».

La Fondazione GIMBE, al fine di ridimensionare il ruolo dell’indice Rt nel monitoraggio della fase 2, sottolinea che questo parametro:

  • Viene stimato con modelli matematici basati su dati reali, per cui il suo valore dipende sia dal modello utilizzato che dalla qualità dei dati.
  • Viene calcolato sulla data d’insorgenza dei sintomi della malattia, o in alternativa su quella di accertamento virologico dell’infezione, che in Italia spesso viene notificata con molti giorni di ritardo e in misura variabile tra le Regioni. Peraltro, nei casi asintomatici la data di insorgenza dei sintomi non può essere rilevata per definizione.
  • È inversamente proporzionale al tasso dei “casi chiusi”, ovvero persone non più infette a seguito di decesso o guarigione, dati non molto affidabili viste le evidenze sulla sottostima dei decessi e sulla sovrastima delle guarigioni in Italia.
  • Presuppone che nella popolazione generale tutti abbiano la stessa probabilità di contrarre l’infezione, non distinguendo quindi i focolai circoscritti dalle situazioni di contagio diffuso.

Inoltre, secondo quanto riporta il bollettino dell’ISS del 20 maggio:

  • Il valore di Rt può essere stimato correttamente solo con un ritardo di 15 giorni.
  • La stima può essere poco accurata in conseguenza di cambiamenti nei criteri di esecuzione dei tamponi.
  • I valori di Rt sono calcolati solo sul 30% dei casi riportati alla Protezione Civile per la necessità di allinearsi alle Regioni con la percentuale più bassa di dati disponibili.
  • L’ultima stima di Rt è stata calcolata alla data del 19 maggio e, sottratti i 15 giorni necessari per il consolidamento dei dati, è riferibile quindi al 3 maggio.

«Le nostre valutazioni indipendenti – commenta il Presidente – confermano che il dibattito politico e scientifico si sta concentrando su un indice molto variabile, condizionato dalla qualità dei dati, non tempestivo (l’ultima stima riflette ancora la fase di lockdown), calcolato su meno di un terzo dei casi confermati dalla Protezione Civile e influenzato dalle notevoli differenze regionali nell’esecuzione di tamponi diagnostici».

«Se il valore di R0 rimane una pietra miliare dell’epidemiologia per stimare il grado di contagiosità del virus all’inizio di una epidemia – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE conferma che l’indice Rt è poco affidabile nella fase di monitoraggio post lockdown. Il suo ruolo dovrebbe essere ridimensionato, evitando di utilizzarlo come parametro univoco e soprattutto per elaborare classifiche regionali».


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21 maggio 2020 | Coronavirus: fase 2 con le armi spuntate. No testing, no tracing

CON L’INDAGINE SIERO-EPIDEMIOLOGICA NON ANCORA AVVIATA E L’APP IMMUNI AL PALO, L’UNICA STRATEGIA PER LA FASE 2 SAREBBE UNA MIRATA ESTENSIONE DEI TAMPONI. MA DAL 23 APRILE AL 20 MAGGIO NE SONO STATI EFFETTUATI 1.658.468 DI CUI SOLO IL 61,7% “DIAGNOSTICI” CON UNA MEDIA NAZIONALE GIORNALIERA DI 61 PER 100.000 ABITANTI ED AMPIE VARIABILITÀ REGIONALI: DAI 18 DELLA PUGLIA AI 168 DELLA VALLE D’AOSTA. NEL PERIODO 7-20 MAGGIO SOLO PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO E VALLE D’AOSTA SVETTANO PER INCREMENTO DEI TAMPONI DIAGNOSTICI RISPETTO ALLE DUE SETTIMANE PRECEDENTI. LA FONDAZIONE GIMBE AVVERTE: SENZA UNA SISTEMATICA ATTIVITÀ DI TESTING E TRACING IN UNA CLAUDICANTE FASE 2 PARLERANNO SOLO I RICOVERI OSPEDALIERI.

Evidenze scientifiche e raccomandazioni internazionali puntano per la fase 2 su tre pilastri: mirata estensione dei tamponi per individuare i soggetti asintomatici (testing), strategie di tracciatura dei casi (tracing), inclusa l’app Immuni, e loro adeguato isolamento (treatment), oltre alle indagini siero-epidemiologiche per conoscere la diffusione del virus nella popolazione. Tuttavia, in Italia questi pilastri non possono contare su un’adeguata infrastruttura informativa, tecnologica e organizzativa necessaria per una ripartenza del Paese in sicurezza nel momento in cui i dati riflettono ancora la fase finale del lockdown. «Anche nella settimana 13-20 maggio – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE conferma sia la costante riduzione del carico di ospedali e terapie intensive, sia il rallentamento sul fronte di contagi e decessi». In sintesi:

  • Casi totali: +5.318 (+2,4%)
  • Decessi: +1.224 (+3,9%)
  • Ricoverati con sintomi: -2.528 (-20,8%)
  • Terapia intensiva: -217 (-24,3%)

«Se i dati ospedalieri sono affidabili e tempestivi – continua il Presidente – il numero di nuovi casi è direttamente influenzato dal numero dei tamponi eseguiti dalle Regioni, che su questo in parte si mostrano restie, verosimilmente per il timore non dichiarato di veder aumentare troppo le nuove diagnosi che le costringerebbero ad applicare misure restrittive». Peraltro, le indicazioni all’uso dei tamponi rimangono quelle ministeriali del 20 marzo e del 3 aprile che raccomandano di eseguirli prioritariamente ai casi sintomatici/paucisintomatici, ai contatti a rischio sintomatici e agli operatori sanitari e agli ospiti di residenze per anziani: in altre parole la fase 2 è partita senza definire una nuova policy nazionale per l’esecuzione dei tamponi.

Considerata la rilevanza della strategia delle 3T (testare, tracciare, trattare), la Fondazione GIMBE ha aggiornato e approfondito l’analisi indipendente condotta sui dati della Protezione Civile che dal 19 aprile, oltre al numero totale dei tamponi effettuati da ciascuna Regione, rende disponibili i “casi testati”, ovvero il numero dei “soggetti sottoposti al test”.

«Per valutare la reale propensione di una Regione all’attività di testing e tracing – spiega Cartabellotta – sono stati considerati solo i tamponi “diagnostici” e non quelli “di controllo”, utilizzati per confermare la guarigione virologica o per altre necessità di ripetere il test». In sintesi, nelle ultime 4 settimane (23 aprile-20 maggio):

  • In Italia sono stati effettuati 1.658.468 tamponi di cui il 38,3% “di controllo” e il 61,7% “diagnostici”: su questi le differenze regionali sono notevoli, si va dal 34,1% della Campania al 98,2% della Calabria.
  • A fronte di una media nazionale di 61 tamponi diagnostici/die per 100.000 abitanti, le Regioni hanno una propensione al testing molto eterogenea e non sempre correlata alla situazione epidemiologica: il range varia dai 18 della Puglia ai 168 della Valle D’Aosta (figura 1).
  • Confrontando il periodo 7-20 maggio (fase 2 già avviata) con le due settimane precedenti, 12 Regioni fanno registrare incrementi e 9 Regioni riduzioni nel numero medio giornaliero di tamponi diagnostici per 100.000 abitanti (figura 2). In particolare, svettano per incremento rilevante solo Provincia Autonoma di Trento (+99) e Valle D’Aosta (+66), mente gli aumenti restano modesti in Umbria (+24), Abruzzo (+ 19), Molise (+18), Campania (+13) e Lombardia (+13). Circa la metà delle Regioni si colloca nel range ±12 facendo registrare minime variazioni in aumento o in diminuzione. Si rileva un moderato decremento in Emilia-Romagna (-14) e consistenti decrementi in Puglia (-43) e nel Lazio (-64), condizionati da ricalcoli nei dati riportati dalla Protezione Civile.

 

Dalle analisi relative alle ultime 4 settimane emergono tre dati incontrovertibili: innanzitutto, il numero medio giornaliero di tamponi “diagnostici per 100.000 abitanti è incredibilmente esiguo rispetto alla massiccia attività di testing e tracing necessaria nella fase 2; in secondo luogo, la propensione ad eseguire tamponi diagnostici presenta enormi e non giustificate variabilità regionali che influenzano anche il valore di Rt incluso negli indicatori del Ministero della Salute; infine, nelle ultime due settimane solo Provincia Autonoma di Trento e Valle D’Aosta hanno potenziato in maniera rilevante l’attività di testing.

«Per quasi tutte le Regioni – conclude Cartabellotta – la ricerca attiva di contagi asintomatici e la tracciatura dei loro contatti non rappresentano una priorità nonostante siano strumenti indispensabili della fase 2. Dopo essere stati colti impreparati nella fase 1 senza mascherine, DPI, ventilatori, stiamo pericolosamente rinunciando a giocare d’anticipo affrontando la fase 2 con armi spuntate: considerati i clamorosi ritardi dell’app Immuni e dell’indagine siero-epidemiologica, l’unica arma a disposizione oggi sono i tamponi diagnostici. Eseguirne pochi aumenta il rischio di una seconda ondata perché il monitoraggio della fase 2 potrà essere effettuato solo tardivamente sulla base dell’aumento dei ricoveri ospedalieri».


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19 maggio 2020 | Coronavirus, gestione sanitaria fase 2: il Governo abdica, pieni poteri alle Regioni

LE ANALISI DELLA FONDAZIONE GIMBE DIMOSTRANO CHE IN ASSENZA DI UNA STRATEGIA SANITARIA NAZIONALE PER GESTIRE LA FASE 2, CON UN SISTEMA DI MONITORAGGIO INCOMPLETO E LA TOTALE AUTONOMIA DELLE REGIONI NEL MONITORARE L’EPIDEMIA E INTRODURRE MISURE IN DEROGA, IL RISCHIO NON SOLO NON È CALCOLATO, MA NON È AFFATTO CALCOLABILE. DI FATTO I RISULTATI SUL CONTENIMENTO DEL CONTAGIO SONO AFFIDATI ALLE RESPONSABILITÀ INDIVIDUALI, ATTRAVERSO IL RISPETTO DELLE NORME DI DISTANZIAMENTO SOCIALE E L’USO DELLE MASCHERINE.

19 maggio 2020 - Fondazione GIMBE, Bologna

L’agognata ripartenza del Paese si concretizza con una giravolta normativa senza precedenti nella storia della Repubblica: il DL 16 maggio 2020 n. 33 (art. 1, comma 16) demanda interamente alle Regioni la responsabilità del monitoraggio epidemiologico e delle conseguenti azioni, con il Ministero della Salute che rimane spettatore passivo da informare sui dati e sulle eventuali azioni intraprese dai governatori. Secondo il nuovo decreto spetta infatti a ciascuna Regione in totale autonomia monitorare la situazione epidemiologica nel proprio territorio, valutare le condizioni di adeguatezza del proprio sistema sanitario e introdurre misure in deroga, ampliative o restrittive, rispetto a quelle nazionali.

«L’emergenza coronavirus – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – e soprattutto la gestione della fase 2 hanno accentuato il cortocircuito di competenze tra Governo e Regioni in tema di tutela della salute, oltre che la “competizione” tra Regioni su tempi e regole per la riapertura. Questo decentramento decisionale dimostra che, sulla tutela della salute, dalla leale collaborazione Stato-Regioni siamo passati ad una “ritirata” del Governo al fine di prevenire  conflitti con le Regioni».

Le analisi indipendenti condotte dalla Fondazione GIMBE sul nuovo Decreto rivelano incongruenze costituzionali, oltre che rischi non calcolabili di questo approccio.

Princìpi costituzionali. La Costituzione affida allo Stato da un lato la legislazione esclusiva in materia di profilassi internazionale (art. 117 lett. q) - come nel caso di una pandemia - dall’altro l'esercizio del potere sostitutivo a garanzia dell'interesse nazionale nel caso di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica (art. 120). Tuttavia, a fronte della più grave emergenza sanitaria della storia repubblicana, il Governo sin dall’inizio ha inspiegabilmente scelto di non esercitare i poteri conferiti dalla carta costituzionale.

Monitoraggio dell’epidemia. La decisione di affidare alle Regioni una totale autonomia sul monitoraggio dell’epidemia e sulle conseguenti azioni da intraprendere avviene in un contesto molto incerto e poco rassicurante. In dettaglio:

  • Il primo “Report di Monitoraggio della Fase 2” dimostra che le Regioni non hanno fornito a livello centrale tutti i 21 indicatori previsti dal decreto del Ministero della Salute del 30 aprile scorso. In particolare, non riporta nessuno dei 12 indicatori di processo e nel “Quadro sintetico complessivo” dettaglia solo 5 dei 9 indicatori di risultato, peraltro non tutti coincidenti con quanto previsto dal Decreto, e quindi non utilizzabili per l’applicazione degli algoritmi e la definizione del livello di rischio.
  • L’impatto sulla curva dei contagi di qualsiasi intervento di allentamento del lockdown può essere misurato solo 14 giorni dopo il suo avvio: in altri termini, le conseguenze delle riaperture del 4 maggio possono essere valutate solo a partire dal 18 maggio e quelle del 18 maggio lo saranno non prima del 1° giugno.
  • Dal 3 giugno, data in cui inizieremo a intravedere le conseguenze sulla curva epidemica delle riaperture del 18 maggio, il via libera alla mobilità interregionale e alla riapertura delle frontiere sancirà la libera circolazione su tutto il territorio nazionale anche dei soggetti contagiati.

Strategia per la gestione sanitaria della fase 2. A fronte di linee guida elaborate da Governo e Regioni per la riapertura delle attività produttive e sociali, non esiste una strategia sanitaria nazionale ma solo variabili orientamenti regionali variabili per bilanciare tutela della salute e rilancio dell’economia. In particolare:

  • Le Regioni hanno una propensione molto diversificata ad effettuare tamponi diagnostici: a fronte di una media nazionale di 61 per 100.000 abitanti al giorno, si va dai 17 della Puglia ai 166 della Valle D’Aosta. In assenza di uno standard nazionale, tali differenze condizionano l’implementazione della strategia delle 3T (testare, tracciare, trattare), permettono un utilizzo “opportunistico” dei tamponi e sanciscono ancora prima della sua introduzione il fallimento dell’app Immuni, che per definizione è uno strumento “tampone-dipendente”.
  • L’indagine siero-epidemiologica nazionale è partita in grande ritardo e non sappiamo quando saranno disponibili i risultati; le Regioni peraltro hanno adottato protocolli propri utilizzando test differenti.
  • Le modalità organizzative per la gestione territoriale dei casi positivi - Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA),  isolamento domiciliare in strutture dedicate, prescrivibilità dei tamponi da parte dei medici di famiglia, etc.), sono caratterizzate da immancabili diseguaglianze regionali.

Con queste premesse i DL 16 maggio 2020 n. 33 e DPCM 18 maggio 2020 concretizzano due ragionevoli certezze sulla fase 2:

  • Gli indicatori più affidabili per monitorare l’eventuale risalita della curva epidemica non possono che essere i ricoveri ospedalieri e l’occupazione delle terapie intensive, dati al tempo stesso tempestivi e affidabili in quanto raccolti dai flussi ospedalieri.
  • I risultati sul contenimento del contagio sono in larga misura affidati alle responsabilità individuali dei cittadini, attraverso il rispetto delle norme di distanziamento sociale e l’uso delle mascherine.

«È evidente che le decisioni sulle riaperture – conclude Cartabellotta – hanno anteposto gli interessi economici del Paese alla tutela della salute. Tuttavia la dichiarazione del Premier Conte secondo cui si tratta di un rischio calcolato è smentita dall’impossibilità stessa di calcolarlo, perché la gestione e il monitoraggio dell’epidemia sono affidati a 21 diversi sistemi sanitari che decideranno in totale autonomia ampliamenti e restrizioni delle misure in base ad una situazione epidemiologica autocertificata. La storia insegna che non è sano quando controllore e controllato coincidono».


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14 maggio 2020 | Coronavirus, Fase 2: riaprire su dati parziali aumenta rischio nuova ondata a inizio estate

SE LE RIAPERTURE ANNUNCIATE PER IL 18 MAGGIO SI BASERANNO ESCLUSIVAMENTE SUL TASSO DI OCCUPAZIONE DI POSTI LETTO IN TERAPIA INTENSIVA E IN AREA MEDICA TUTTE LE REGIONI SONO PRONTE.  SE INVECE NELLE DECISIONI ENTRANO IN GIOCO I CASI NOTIFICATI ALLA PROTEZIONE CIVILE E IL VALORE DI RT, GLI EFFETTI DELL’ALLENTAMENTO DEL LOCKDOWN DELLO SCORSO 4 MAGGIO POTRANNO ESSERE MISURATI SOLO DALLA PROSSIMA SETTIMANA. LA FONDAZIONE GIMBE LANCIA L’ALLARME: COSÌ SI RISCHIA NUOVO PICCO ALL’INIZIO DELL’ESTATE. 

Secondo quanto diffuso a mezzo stampa, al fine di decidere sulle riaperture differenziate annunciate per il 18 maggio, sono attesi per oggi i dati del monitoraggio del Ministero della Salute: tasso dei nuovi contagi, stima aggiornata del valore di Rt, tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva e in area medica, e gli altri parametri definiti dal decreto del 30 aprile.

Il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE nella settimana 7-13 maggio conferma sia il costante alleggerimento di ospedali e terapie intensive, sia il rallentamento di contagi e decessi. In sintesi:

  • Casi totali: +7.647 (+3,6%)
  • Decessi: +1.422 (+4,8%)
  • Ricoverati con sintomi: -3.597 (-22,8%)
  • Terapia intensiva: -440 (-33,0%)

«Se da un lato questi numeri alimentano l’ottimismo e invitano ad anticipare riaperture di attività e servizi, – commenta Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dall’altro bisogna essere consapevoli che l’epidemia è ancora attiva, che in Italia si stimano 3-4 milioni di persone contagiate e che i soggetti asintomatici rappresentano una fonte certa di contagio. Tuttavia, nel dibattito pubblico delle ultime settimane la vertiginosa rincorsa alle riaperture ha preso il sopravvento rispetto ad una scrupolosa programmazione sanitaria della fase 2 su cui non mancano criticità. Dall’assenza di una strategia di sistema ai problemi di approvvigionamento di mascherine e reagenti per i tamponi; dalla mancata applicazione  di misure per spezzare la catena dei contagi alle autonome interpretazioni regionali delle evidenze scientifiche su test diagnostici e trattamenti».

La Fondazione GIMBE riporta al centro del dibattito la gestione sanitaria della fase 2 ed esorta alla massima prudenza nelle riaperture, perché dalle proprie analisi indipendenti risulta che:

  • Il tempo medio tra il contagio e la comparsa dei sintomi è di 5 giorni, con un range da 2 a 14 giorni.
  • I tempi per la conferma della diagnosi dipendono da: richiesta del test, esecuzione del tampone, analisi di laboratorio e refertazione. Secondo i dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), il tempo mediano tra insorgenza dei sintomi e conferma diagnostica è stato di 10 giorni nel periodo 21-30 aprile e di 9 giorni nel periodo 1-6 maggio.
  • La comunicazione dei nuovi casi dalle Regioni alla Protezione Civile non è immediata: i frequenti ricalcoli testimoniano ritardi non quantificabili in assenza di maggiori dettagli.

Sulla base di tali tempistiche l’impatto dell’allentamento del lockdown avvenuto lo scorso 4 maggio potrà essere valutato solo tra il 18 maggio e la fine del mese, peraltro presupponendo che la comunicazione dalle Regioni alla Protezione Civile avvenga in tempo reale (figura).

In sostanza i dati sull’andamento dei contagi che informeranno le eventuali riaperture del 18 maggio fotografano ancora la fase di lockdown e anche il valore di Rt viene calcolato sui dati delle due settimane precedenti come precisato dall’ISS: “Poiché la diagnosi di infezione da coronavirus SARS-CoV-2 che può avvenire anche due o tre settimane dopo l’infezione per via del tempo di incubazione (fino a 14 giorni) e dei tempi intercorsi tra l’inizio dei sintomi, la ricerca di assistenza medica e il completamento dei test di laboratorio, il valore di Rt può essere stimato solo fino a circa 15 giorni nel passato”. «Se lo scorso 8 maggio l’ISS ha reso noti i valori di Rt riferiti al 20 aprile – precisa Cartabellotta – domani potrà comunicare quelli riferiti al 27 aprile e solo tra due settimane conosceremo gli Rt conseguenti all’allentamento del 4 maggio».

Dunque, se le riaperture annunciate per il 18 maggio si basano esclusivamente sul tasso di occupazione di posti letto in terapia intensiva e in area medica, tutte le Regioni sono pronte perché il dato è molto affidabile e soprattutto disponibile in tempo reale. Se al contrario entrano in gioco i casi notificati alla Protezione Civile e il valore di Rt, bisogna essere consapevoli che le decisioni in questo momento non possono per definizione essere informate dai dati perché l’impatto dell’allentamento del lockdown sarà misurabile solo a partire dalla prossima settimana.

«Il “contagioso” entusiasmo per la fase 2 – conclude Cartabellotta – sta generando un pericoloso effetto domino sulle riaperture rischiando di vanificare i sacrifici degli italiani. Infatti, decidere la ripresa di attività e servizi sulla base di dati che, occupazione di posti letto a parte, riflettono ancora il periodo del lockdown, aumenta il rischio di una seconda ondata all’inizio dell’estate».


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7 maggio 2020 | Coronavirus: la giungla dei tamponi. In alcune regioni test con il contagocce per paura di nuovi lockdown?

RACCOMANDAZIONI INTERNAZIONALI, EVIDENZE SCIENTIFICHE E DISPONIBILITÀ DI REAGENTI CONFERMANO CHE NELLA FASE 2 SERVE UNA STRATEGIA DI TESTING ESTESO. TUTTAVIA AD OGGI 1/3 DEI TAMPONI SONO DI CONTROLLO E NELLE ULTIME DUE SETTIMANE SONO STATI EFFETTUATI IN MEDIA 59 TEST PER 100.000 ABITANTI AL GIORNO, CON NOTEVOLI VARIABILITÀ REGIONALI: DAI 12 DELLA CAMPANIA AI 130 DELLA VALLE D’AOSTA. LA FONDAZIONE GIMBE RICHIAMA LE REGIONI A ESTENDERE IL NUMERO DEI TAMPONI E CHIEDE AL GOVERNO DI DEFINIRE UNA SOGLIA MINIMA GIORNALIERA DI 250 TEST PER 100.000 ABITANTI PER EVITARE COMPORTAMENTI OPPORTUNISTICI.

Il Decreto del Ministero della Salute del 30 aprile scorso ha definito 21 indicatori che le Regioni dovranno fornire per monitorare l’evoluzione dell’epidemia e gli algoritmi per valutare probabilità e impatto del rischio sanitario. La combinazione di questi due parametri permetterà al Governo di identificare le criticità regionali e rivalutare eventuali nuove chiusure durante questa fase dell’epidemia.

«Il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – rileva sia il costante e notevole alleggerimento del carico su ospedali e terapie intensive, sia il rallentamento sul fronte di contagi e decessi, tuttavia non ancora stabilizzati». In sintesi, nella settimana 30 aprile – 6 maggio:

  • Casi totali: +10.866 (+5,3%)
  • Decessi: +2.002 (+7,2%)
  • Ricoverati con sintomi: -3.441 (-17,9%)
  • Terapia intensiva: -462 (-25,7%)

«Rispetto alla ridotta pressione sugli ospedali, tuttavia – continua il Presidente – il numero dei nuovi casi è influenzato dal numero dei tamponi eseguiti dalle Regioni e pertanto soggetto a possibili distorsioni». Per tali ragioni la Fondazione GIMBE ha condotto un’analisi indipendente sui dati della Protezione Civile che dal 19 aprile, oltre al numero totale dei tamponi, riporta per ciascuna Regione il numero dei “casi testati” definiti come il “totale dei soggetti sottoposti al test”. In sintesi:

  • I “casi testati” identificano i “tamponi diagnostici” e la differenza tra “tamponi totali” e “casi testati” corrisponde ai “tamponi di controllo”, effettuati sullo stesso soggetto per confermare la guarigione virologica o per altre necessità di ripetere il test. Dall’inizio dell’epidemia sono stati effettuati in Italia 2.310.929 tamponi di cui il 67,1% “diagnostici” e il 32,9% “di controllo”.
  • Sulla base della popolazione residente il numero di tamponi, sia totali che diagnostici, è stato parametrato a 100.000 abitanti/die, un indicatore più affidabile per i confronti regionali.
  • Le Regioni sono state suddivise secondo le 5 classi di propensione all’esecuzione dei tamponi di una recente analisi della Fondazione Hume, in relazione al numero di tamponi per 100.000 abitanti/die che risulta inversamente correlato alla mortalità.
  • Poiché il dato sui “casi testati” è stato oggetto di ricalcolo da parte di alcune Regioni fino al 21 aprile, il periodo di osservazione è stato fissato dal 22 aprile al 6 maggio.

«Le nostre analisi effettuate sugli ultimi 14 giorni – spiega il Presidente –forniscono tre incontrovertibili evidenze: innanzitutto, si conferma che circa 1/3 dei tamponi sono “di controllo”; in secondo luogo il numero di tamponi per 100.000 abitanti/die è molto esiguo rispetto alla massiccia attività di testing necessaria nella fase 2; infine, esistono notevoli variabilità regionali sia sulla propensione all’esecuzione dei tamponi, sia rispetto alla percentuale di tamponi “diagnostici”». In dettaglio, nel periodo di analisi 22 aprile - 6 maggio (tabella):

  • Tamponi totali: la media nazionale di 88 tamponi per 100.000 abitanti/die colloca l’Italia nella classe di propensione 4 con notevoli differenze regionali:
    • Classe 1 (>250): nessuna regione
    • Classe 2 (130-250): Provincia autonoma di Trento, Valle D’Aosta, Provincia autonoma di Bolzano, Veneto, Friuli-Venezia Giulia
    • Classe 3 (100-129): Piemonte, Emilia-Romagna, Umbria, Liguria
    • Classe 4 (60-99): Lombardia, Marche, Basilicata, Toscana, Molise, Abruzzo, Lazio
    • Classe 5 (<60): Sardegna, Calabria, Campania, Sicilia, Puglia
  • Tamponi diagnostici
    • A livello nazionale rappresentano il 67,1% dei tamponi totali, con ampie variabilità regionali: dal 25,3% della Campania al 98% della Puglia
    • La media nazionale per 100.000 abitanti/die è di 59, con notevoli variabilità regionali: dai 12 della Campania ai 130 della Valle D’Aosta

I dati confermano la resistenza di alcune Regioni ad estendere massivamente il numero di tamponi, in contrasto con raccomandazioni internazionali, evidenze scientifiche e disponibilità di reagenti. Infatti:

  • L’Organizzazione Mondiale della Sanità incoraggia l’estensione dei tamponi.
  • La già citata analisi della Fondazione Hume ha dimostrato una correlazione inversa tra tamponi e mortalità: ovvero “più tamponi, meno morti”.
  • 150 docenti sostenitori della riapertura in sicurezza hanno lanciato un appello in 11 punti: “più tamponi per salvare la Fase 2”.
  • Il commissario Arcuri ha confermato che sono già stati distribuiti 3,7 milioni di tamponi alle Regioni, che nelle prossime settimane ne riceveranno altri 5 milioni già acquisiti.

«Alla luce di questi dati la Fondazione GIMBE – conclude Cartabellotta – da un lato richiama tutte le Regioni a implementare l’estensione mirata dei tamponi diagnostici, dall’altro chiede al Ministero della Salute di inserire tra gli indicatori di monitoraggio della fase 2 uno standard minimo di almeno 250 tamponi diagnostici al giorno per 100.000 abitanti. Il Governo infatti, oltre a favorire le strategie di testing, deve neutralizzare comportamenti opportunistici delle Regioni finalizzati a ridurre la diagnosi di un numero troppo elevato di nuovi casi che, in base agli algoritmi attuali, aumenterebbe il rischio di nuovi lockdown».

Il monitoraggio GIMBE dell'epidemia di COVID-19 è disponibile a: https://coronavirus.gimbe.org


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30 aprile 2020 | Coronavirus: fase 2, regole uguali per tutti. Troppi rischi al nord, eccessivi limiti per il sud

NELLA SETTIMANA 22-29 APRILE ULTERIORE ALLEGGERIMENTO DI OSPEDALI E TERAPIE INTENSIVE, MA A 4 GIORNI DALL’AVVIO DELLA FASE 2 SI RILEVA ANCORA UN INCREMENTO DI 16.264 CASI DI CUI 2.597 DECESSI, CONCENTRATI PER L’80% IN 5 REGIONI. CON QUESTO QUADRO EPIDEMIOLOGICO SE DAL 4 MAGGIO ALCUNE REGIONI DOVRANNO SOTTOSTARE A RESTRIZIONI ECCESSIVE CHE FAVORISCONO IMPROPRIE FUGHE IN AVANTI, PER ALTRE LA RIAPERTURA AVVERRÀ SUL FILO DEL RASOIO PERCHÉ DEI 4,5 MILIONI DI PERSONE CHE TORNERANNO AL LAVORO LA MAGGIOR PARTE SI CONCENTRA DOVE L’EPIDEMIA È MENO SOTTO CONTROLLO.

Il DPCM del 26 aprile 2020 prevede un programma di progressive riaperture di attività produttive e commerciali omogeneo per tutto il territorio nazionale che, secondo il documento del Comitato Tecnico Scientifico, ha valutato il rischio dell’incremento dei contagi tenendo conto della “struttura demografica italiana, l’eterogeneità dei contatti sociali a diverse età e nei diversi luoghi di aggregazione, il rischio di esposizione stimato per diverse categorie professionali e la tipologia di attività da riaprire”.

«A 4 giorni dall’avvio della fase 2 – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – il nostro monitoraggio indipendente sulle variazioni settimanali documenta un ulteriore alleggerimento del carico degli ospedali e in particolare delle terapie intensive. Tuttavia, sul fronte di contagi e decessi, nonostante il progressivo rallentamento, il numero dei nuovi casi non ha raggiunto quella prolungata stabilizzazione propedeutica alla ripartenza secondo le raccomandazioni della Commissione Europea». In sintesi, nella settimana 22-29 aprile:

  • Casi totali: +16.264 (+8,7%)
  • Decessi: +2.597 (+10,4%)
  • Ricoverati con sintomi: -4.595 (-19,3%)
  • Terapia intensiva: -589 (-24,7%)

«Se da un lato la Fondazione GIMBE condivide il principio di graduale riapertura del Governo – continua Cartabellotta – dall’altro rileva che l’avvio della fase 2 non rispecchia il principio della massima prudenza perché non tiene in considerazione le notevoli eterogeneità regionali delle dinamiche del contagio». A tal proposito è fondamentale rilevare che nella settimana 22-29 aprile l’80% sia dei nuovi casi, sia dei nuovi decessi si concentra in sole 5 regioni: Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Liguria.

Il modello GIMBE (figura) che monitora l’evoluzione dell’epidemia tenendo conto della prevalenza (casi totali per 100.000 abitanti) e dell’incremento percentuale dei casi nell’ultima settimana a soli 4 giorni dalla ripartenza documenta che:

  • Piemonte, Liguria, Prov. Autonoma di Trento e Lombardia (quadrante rosso) non sono ancora fuori dalla fase 1: prevalenza e incrementi percentuali sopra la media nazionale, particolarmente elevati in Liguria (14%) e Piemonte (13,7%).
  • Ad esclusione del Friuli-Venezia Giulia, anche tutte le altre Regioni del nord (quadrante giallo) sono suscettibili di un incremento dei contagi, sia perché l’elevata prevalenza è un indicatore indiretto dei casi sommersi, sia perché si tratta proprio delle aree in cui si trovano la maggior parte delle attività produttive interessate dalla riapertura.
  • Eccezion fatta per le Marche, le Regioni del Centro e soprattutto del Sud hanno prevalenza e incrementi percentuali sotto la media nazionale.

«Con questo quadro epidemiologico – puntualizza il Presidente – se dal 4 maggio alcune aree dovranno sottostare a restrizioni eccessive che favoriscono autonome fughe in avanti, come dimostra il caso Calabria, per altre la riapertura avverrà sul filo del rasoio perché dei 4,5 milioni di persone che torneranno al lavoro la maggior parte si concentra proprio nelle Regioni dove l’epidemia è meno sotto controllo. E, soprattutto, occorre essere consapevoli che l’eventuale risalita della curva dei contagi sarà visibile non prima di 2 settimane».

«Come ogni decisione politica – conclude Cartabellotta – il DPCM sulla fase 2 rappresenta un inevitabile compromesso tra evidenze scientifiche ed interessi di altra natura. In particolare, il Governo ha dovuto necessariamente mediare tra le richieste dei governatori del Nord che spingono per la riapertura delle attività produttive e le istanze di quelli del Sud, contrari alla mobilità interregionale per timore di “importare” contagi. Con queste posizioni, modulare regole diverse secondo l’epidemiologia del contagio tra le varie Regioni avrebbe inevitabilmente fatto saltare il banco».


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27 aprile 2020 | Coronavirus: nella fase 2 mascherina per tutti. La scienza dice sì

NELLE ULTIME SETTIMANE LA SCIENZA HA CONFERMATO CHE IL CONTAGIO DA ASINTOMATICI È IL VERO TALLONE D’ACHILLE DELLE STRATEGIE PER CONTENERE IL CORONAVIRUS. CONSIDERATO CHE DAL 4 MAGGIO AUMENTERANNO I CONTATTI SOCIALI, LA FONDAZIONE GIMBE PUBBLICA IN ITALIANO LA SINTESI DELLE PIÙ RECENTI EVIDENZE SCIENTIFICHE SULL’USO DELLE MASCHERINE: PER RIDURRE IL RISCHIO DI CONTAGIO IL NUOVO DPCM OBBLIGA AL’USO DELLA MASCHERINA DOVE NON È POSSIBILE GARANTIRE IL DISTANZIAMENTO SOCIALE.

Durante la pandemia da Coronavirus organizzazioni internazionali, Istituzioni ed esperti hanno raccomandato la mascherina per la popolazione generale solo in presenza di sintomi. Tuttavia, nelle ultime settimane molti paesi consigliano, o hanno reso obbligatorio, l’utilizzo della mascherina facendo riferimento alla raccomandazione dei Centers for Disease Control and Prevention: “considerato che una rilevante percentuale di soggetti infetti da coronavirus sono asintomatici o pre-sintomatici, utilizzare la mascherina in tutti gli ambienti pubblici dove è difficile mantenere il distanziamento sociale, specialmente in aree con elevata trasmissione in comunità”.

«Mentre in Italia – afferma Nino Cartabellotta Presidente della Fondazione GIMBE – il dibattito sulle mascherine veniva monopolizzato dall’inadeguata disponibilità dei dispositivi di protezione individuale per gli operatori sanitari, i progressi della scienza nell’ultimo mese hanno messo in luce due aspetti cruciali. Innanzitutto, la trasmissione da soggetti asintomatici, largamente sottostimata, rappresenta il tallone d’Achille delle strategie per contenere la pandemia. In secondo luogo, le politiche di prevenzione devono essere guidate dal principio di precauzione e da princìpi di costo-efficacia; ovvero, anche in assenza di robuste evidenze scientifiche, è possibile concludere che un limitato utilizzo delle mascherine contribuisce alla crescita dei contagi».

Recentemente, dopo avere pubblicato l’analisi delle conflittuali raccomandazioni di autorità sanitarie internazionali e una revisione sistematica sulle prove di efficacia delle mascherine in comunità, Trisha Greenhalgh dell’Università di Oxford e Jeremy Howard dell’Università di San Francisco hanno realizzato una sintesi per il grande pubblico già tradotta in 17 lingue e oggi disponibile in italiano grazie alla Fondazione GIMBE. Tutte le valutazioni scientifiche convergono sul messaggio #Masks4All, ovvero mascherine per tutti:

  • Il contagio da soggetti asintomatici ha una notevole rilevanza: sia per il loro numero assoluto, sia perché i pazienti positivi sono più contagiosi nei primi giorni dell’infezione, quando sono asintomatici o presentano sintomi lievi.
  • Una semplice mascherina in tessuto indossata da un soggetto infetto riduce di 36 volte la quantità di virus trasmessa e permette di attuare il cosiddetto “controllo della sorgente”: ovvero, è molto più facile bloccare le goccioline (droplets) quando escono dalla bocca, piuttosto che arginarle quando si disperdono nell’aria.
  • Non esistono sperimentazioni cliniche che hanno valutato l’efficacia di mascherine da parte della popolazione generale per contenere l’epidemia di COVID-19, ma diverse sperimentazioni empiriche dimostrano che la mascherina potenzia gli effetti di altre misure di distanziamento sociale.
  • La mascherina non deve necessariamente arginare ogni singola particella virale, ma più ne blocca più si riduce la diffusione del virus. Infatti, gli effetti complessivi dell’uso delle mascherine nella popolazione generale dipendono dall’efficacia della mascherina e dalla percentuale della popolazione che la utilizza. Ovvero è possibile ottenere lo stesso risultato aumentando l’aderenza della popolazione, anche con mascherine meno efficaci.
  • Per aumentare l’aderenza della popolazione l’approccio più efficace è l’obbligo di indossarle in contesti specifici (es. mezzi di trasporto pubblico, supermercati), o ancora meglio sempre quando si esce da casa.
  • Se è vero che, in caso di obbligo di mascherina, alcune persone tendono ad attuare comportamenti a rischio (es. violare il lockdown, lavarsi meno le mani), a livello di popolazione l’effetto preventivo non viene compromesso.
  • Le analisi economiche dimostrano che ogni singola mascherina (dal costo trascurabile) indossata da una persona potrebbe generare enormi benefici economici e salvare molte vite.
  • Tenendo conto delle difficoltà di approvvigionamento e distribuzione, la scienza conferma l’opportunità del “fai da te”, perché non c’è alcuna evidenza che le mascherine debbano essere costruite con materiali o tecniche particolari.

In tal senso le indicazioni dei ricercatori sono molto chiare: “Per impedire la trasmissione di droplet puoi costruire tu stesso la mascherina: da una maglietta, un fazzoletto, una sciarpa, una bandana inserendo un tovagliolo di carta, come filtro usa e getta, tra due strati di un tessuto a maglie strette che ti permetta di respirare. Puoi lavare la mascherina di stoffa in lavatrice e riutilizzarla, esattamente come una maglietta”.

«Il nuovo DPCM sulla fase 2 – conclude Cartabellotta – sottolinea la necessità di mantenere la distanza di almeno un metro in qualsiasi contesto ci si trovi e dispone l’obbligo della mascherina in tutti i luoghi pubblici dove non è possibile mantenere il distanziamento sociale. Considerato che dal 4 maggio i contatti sociali aumenteranno progressivamente, al fine di ridurre il rischio di contagio è indispensabile la massima aderenza della popolazione, favorita dai prezzi calmierati e dalla possibilità di autoproduzione».

L’articolo “Mascherina per tutti? La scienza dice sì” è disponibile a: www.evidence.it/mascherine


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23 aprile 2020 | Coronavirus, fase 2: i numeri impongono massima prudenza. Nell’ultima settimana +22.172 casi di cui 3.440 morti

NELLA SETTIMANA 15-22 APRILE SI CONFERMA L’ULTERIORE RIDUZIONE DEL SOVRACCARICO DI OSPEDALI E TERAPIE INTENSIVE, MA A 10 GIORNI DALL’AVVIO DELLA FASE 2 I RISULTATI SUL CONTENIMENTO DEL CONTAGIO NON SONO OTTIMALI, NÈ STABILIZZATI COME RACCOMANDA LA COMMISSIONE EUROPEA. OVVERO I NUMERI INVITANO ALLA MASSIMA CAUTELA, SIA PERCHÉ ALCUNE REGIONI E NUMEROSE PROVINCE SONO ANCORA IN PIENA FASE 1, SIA PERCHÉ GLI EVENTUALI EFFETTI NEGATIVI DELLE RIAPERTURE SI VEDRANNO SOLO DOPO 2-3 SETTIMANE.

Il Presidente Conte martedì 21 aprile ha riferito in Senato sul programma di progressive riaperture di attività produttive e commerciali omogeneo per tutto il territorio nazionale, che secondo alcune indiscrezioni potrebbe partire già dal 27 aprile. Il Premier ha assicurato che l’avvio della fase 2 manterrà sotto controllo la curva del contagio, precisando che la soglia deve essere “commisurata alla recettività delle strutture ospedaliere delle aree di riferimento”.

«Il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE sulle variazioni settimanali – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – documenta un trend in ulteriore miglioramento sul versante ospedaliero, in particolare sulle terapie intensive, ma non ancora sul numero di contagi e decessi». In sintesi, nella settimana 15-22 aprile rispetto alla precedente (figure 1, 2, 3, 4):

  • Casi totali: +22.172 (+13,4%)
  • Decessi: +3.340 (+15,9%)
  • Ricoverati con sintomi: -3.838 (-13,9%)
  • Terapia intensiva: -695 (- 22,6%)

Se la Commissione Europea nella roadmap per la ripartenza ha ribadito che è “fondamentale ridurre e stabilizzare il numero di ricoveri e/o dei nuovi casi per un periodo di tempo prolungato”, a 10 giorni dall’avvio della fase 2 il numero dei nuovi casi in Italia rimane elevato e non ha affatto raggiunto nessuna stabilizzazione prolungata.

«Se il parametro per la, seppur graduale, riapertura – conclude Cartabellotta –è il decongestionamento di ospedali e terapie intensive siamo quasi pronti; ma se non vogliamo rischiare una nuova impennata dei casi i numeri impongono la massima prudenza, sia perché alcune Regioni e numerose Province sono ancora in piena fase 1, sia perché gli eventuali effetti negativi della riapertura si vedranno solo dopo 2-3 settimane».


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20 aprile 2020 | Coronavirus: pianificazione scientifica della fase 2. Osservare Regioni e Province sotto la stessa lente

LA GRADUALE RIAPERTURA DEL PAESE DOVREBBE ESSERE GUIDATA DA CRITERI SCIENTIFICI CHE TENGANO CONTO DI NUMEROSE VARIABILI AL FINE DI RIDURRE AL MINIMO IL RISCHIO DI UNA NUOVA IMPENNATA DI CASI. PER LA SUDDIVISIONE DEL PAESE IN AREE GEOGRAFICHE A DIFFERENTE LIVELLO DI RISCHIO, LA FONDAZIONE GIMBE PUBBLICA UN MODELLO UNIVOCO PER MAPPARE E MONITORARE L’EVOLUZIONE DEL CONTAGIO A LIVELLO REGIONALE E PROVINCIALE. LA FOTOGRAFIA SCATTATA IL 19 APRILE INVITA A MANTENERE ALTA L’ALLERTA AUSPICANDO UN CONSISTENTE RALLENTAMENTO DEL CONTAGIO NELLE PROSSIME DUE SETTIMANE.

Il Governo sta pianificando l’avvio della “fase 2” che dovrebbe partire dal 4 maggio. Il Premier Conte ha annunciato un piano nazionale, con linee guida omogenee per tutte le Regioni, che prenda in considerazione tutela della salute ed esigenze produttive.

«La fase 2 – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – deve essere guidata da criteri scientifici oggettivi condivisi tra Governo, Regioni ed enti locali, tenendo in considerazione i rischi legati a cinque variabili: attività produttive, libertà individuali, mezzi di trasporto, rischio di specifici sottogruppi di popolazione in relazione all’età e patologie concomitanti ed evoluzione del contagio nelle diverse aree geografiche». Su quest’ultimo aspetto, dalle prime indiscrezioni le riaperture sarebbero differenziate in relazione alla diffusione dei casi in tre macro-aree: Nord, Centro e Sud.

«La Fondazione GIMBE – dichiara Cartabellotta – pubblica oggi un modello dinamico per mappare e monitorare l’evoluzione del contagio a livello regionale e provinciale, al fine di fornire uno strumento univoco per informare le decisioni di Governo e Regioni troppo spesso concentrate sulle variazioni giornaliere che alimentano facili ottimismi sui tempi di riapertura e sottostimano i rischi in aree con pochi casi ma ad elevata prevalenza».

Considerato che per rallentare la diffusione del virus occorre ridurre in maniera costante la crescita percentuale dei casi, in particolare se la prevalenza aumenta, il modello GIMBE si basa su due variabili:

  • Prevalenza (casi totali per 100.000 abitanti): misura la “densità” dei casi confermati nella popolazione e rappresenta anche una stima indiretta dei contagi non noti.
  • Incremento percentuale dei casi totali: misura la “velocità” con cui si diffonde il virus. Tale valore viene calcolato su un arco temporale settimanale, viste le notevoli fluttuazioni dei dati giornalieri.

Utilizzando come “spartiacque” i valori medi nazionali di prevalenza e incremento percentuale le Regioni si posizionano in un grafico suddiviso in quattro quadranti (figura 1):

  • Verde: rappresenta l’area “fredda” con bassa prevalenza e basso incremento %.
  • Arancione: è l’area in corso di “riscaldamento”, con una prevalenza ancora bassa, ma un incremento percentuale elevato.
  • Rosso: rappresenta l’area “calda” caratterizzata da alta prevalenza che viene alimentata dall’elevato incremento % dei casi.
  • Giallo: rappresenta l’area in corso di “raffreddamento”, caratterizzata da un’alta prevalenza alimentata nelle settimane precedenti e da un incremento percentuale in corso di riduzione.

Considerato che la posizione di ciascuna Regione consegue a differenti dinamiche locali, la Fondazione GIMBE ha elaborato analoghi grafici regionali, che vedono le province distribuirsi in relazione ai valori medi regionali di prevalenza e di incremento percentuale (es. Regione Lombardia: figura 2).

«Questo modello – continua Cartabellotta – non ha l’obiettivo di stilare una classifica tra Regioni, ma solo di posizionarle e monitorarle nel tempo rispetto alla media nazionale di due variabili che condizionano l’evoluzione dell’epidemia». Ovvero, la distribuzione delle Regioni secondo il modello GIMBE dimostra che ad oggi la suddivisione del Paese in tre macro-aree (Nord, Centro, Sud) non riflette il rischio di evoluzione del contagio. Infatti:

  • Regioni del Nord: si posizionano quasi tutte nei due quadranti di destra (rosso, giallo) per l’elevata prevalenza, ma presentano diversi valori di incremento percentuale: dal 12,2% di Lombardia ed Emilia-Romagna al 26,4% del Piemonte. Il Friuli-Venezia Giulia si colloca invece nell’area verde.
  • Regioni del Centro: si collocano quasi tutte nei due quadranti di sinistra (arancione, verde) con incrementi percentuali che vanno dal 2,2% dell’Umbria al 18,8% del Lazio. Le Marche si collocano invece nell’area gialla.
  • Regioni del Sud, isole incluse: si trovano tutte nel quadrante verde, ad eccezione della Puglia che si posiziona nel quadrante arancione con un incremento percentuale del 18,1%.

«In generale – continua Cartabellotta – la fotografia scattata a 2 settimane dalla possibile riapertura non è affatto rassicurante perché gli incrementi percentuali negli ultimi 7 giorni sono ancora molto elevati anche nelle Regioni che si trovano nel quadrante verde, fatta eccezione per l’Umbria».

«Al di là delle indiscrezioni trapelate negli ultimi giorni – conclude Cartabellotta – i criteri con cui il Governo ridisegnerà la mappa dell’Italia per l’avvio e il monitoraggio della “fase 2” non sono ancora noti. Il modello proposto dalla Fondazione GIMBE permette di applicare la stessa unità di misura a livello nazionale, regionale e provinciale, sia al fine di consentire una “personalizzazione” degli interventi di allentamento o restrizione, sia di evitare valutazioni locali finalizzate a improprie fughe in avanti che rischiano di danneggiare la salute pubblica».

Download figure "COVID-19. Posizionamento posizionamento delle Regioni e delle province della Regione Lombardia in relazione aprevalenza e ad incremento percentuale dei casi(settimana 12-19 aprile)"


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16 aprile 2020 | Coronavirus: il contagio non è sotto controllo. Nell’ultima settimana + 25.733 casi di cui 3.976 morti

LE MISURE DI DISTANZIAMENTO SOCIALE IMPOSTE DAI DECRETI “#IORESTOACASA” E “CHIUDI ITALIA” HANNO RIDOTTO IL SOVRACCARICO DEGLI OSPEDALI E SOPRATTUTTO DELLE TERAPIE INTENSIVE. MA SUL CONTENIMENTO DEL CONTAGIO I RISULTATI NON SONO AFFATTO RASSICURANTI E INVITANO ALLA MASSIMA CAUTELA. DALLA FONDAZIONE GIMBE UN’ANALISI DELLE POSSIBILI CAUSE PER INFORMARE LE ISTITUZIONI SUI PARAMETRI PER AVVIARE LA “FASE 2”, E PER SENSIBILIZZARE DECISORI, DATORI DI LAVORO E POPOLAZIONE SU INEFFICIENZE E RESPONSABILITÀ

«L’efficacia delle misure di distanziamento sociale sul contenimento dell’epidemia – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dipende da tre fattori: tempestività, intensità e aderenza della popolazione. Di conseguenza, per valutare gli effetti dei decreti “#IoRestoACasa” e “Chiudi Italia”, bisogna anzitutto essere consapevoli che siamo partiti in ritardo, che il lockdown non è stato affatto totale e che l’aderenza della popolazione è stata buona, ma non eccellente, a giudicare dal numero delle sanzioni elevate nel corso dei controlli».

Secondo la roadmap lanciata ieri dalla Commissione Europea per la ripartenza è fondamentale ridurre e stabilizzare il numero di ricoveri e/o dei nuovi casi per un periodo di tempo prolungato. «Di conseguenza – rileva Cartabellotta – una programmazione scientifica della “fase 2” non può inseguire i numeri del giorno, ma deve osservare almeno le variazioni settimanali». E in tal senso i dati degli ultimi 7 giorni sui contagi non sono affatto incoraggianti: se, infatti, si è ridotto il numero dei pazienti ricoverati con sintomi (-3,0%) e soprattutto di quelli in terapia intensiva (-16,6%), si rileva un aumento dei casi totali del 18,0% (+25.733), di cui 3.976 decessi (+22,5%) (figure).

«Considerato che la riduzione dei nuovi casi sembra inferiore a quanto atteso – continua il Presidente – la Fondazione GIMBE ha effettuato una revisione di evidenze scientifiche e narrative per identificare le possibili motivazioni, con il duplice obiettivo di informare le Istituzioni sui parametri per avviare la “fase 2” e di sensibilizzare decisori della sanità, datori di lavoro e popolazione sulle proprie responsabilità». In particolare, sono state identificate due macro-categorie di motivazioni:

Identificazione di casi in sottogruppi di popolazione non adeguatamente esplorati. È funzione diretta del maggior numero numero di tamponi eseguiti tra gli operatori sanitari, gli ospiti di residenze per anziani e case di riposo, i detenuti negli istituti penitenziari, oltre che di una tracciatura dei contatti più efficace e del crescente numero di casi oligo/asintomatici identificati sul territorio.

Ridotta efficacia delle misure di distanziamento sociale: consegue a differenti motivazioni in parte non prevenibili (ruolo dei soggetti asintomatici), in parte a carenze sanitarie (insufficiente tracciatura dei contatti, isolamento domiciliare inadeguato), oltre che a misure inadeguate sui luoghi di lavoro e negli spazi chiusi, inclusi mezzi di trasporto, e a comportamenti individuali impropri.

  • Contagi da:
    • soggetti asintomatici non noti
    • casi non identificati per insufficiente tracciatura dei contatti
    • persone conviventi in isolamento domiciliare: isolamento inadeguato o troppo breve
  • Contagi sui luoghi di lavoro che non hanno implementato adeguatamente i protocolli di sicurezza
  • Contagi sui mezzi di trasporto
  • Contagi da operatori sanitari, soprattutto in contesti non ospedalieri (residenze per anziani, case famiglia, assistenza domiciliare)
  • Contagi da persone infette che hanno violato la quarantena

In tutti i contesti regionali e locali dove il controllo dei nuovi casi risulta inadeguato tutte queste casistiche dovrebbero essere attentamente monitorate al fine di mettere in atto le opportune contromisure.

«Nonostante il contagioso entusiasmo per l’avvio della “fase 2” – conclude Cartabellotta – serve la massima prudenza: se oggi, infatti, ospedali e terapie intensive iniziano a “respirare”, i numeri confermano che la curva dei contagi non è affatto sotto controllo ed il rischio di una nuova impennata dei casi è sempre in agguato».

Il monitoraggio GIMBE dell'epidemia di COVID-19 è disponibile a: https://coronavirus.gimbe.org


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10 aprile 2020 | Coronavirus: i falsi guariti in Lombardia. GIMBE chiede di mettere fine alle ambiguità

La Regione Lombardia non trasmette il numero dei soggetti guariti, ma solo dei dimessi. Questi casi nel report della Protezione Civile vengono conteggiati tra i guariti, con conseguente distorsione della comunicazione pubblica sull’andamento dell’epidemia da coronavirus (figura). 

«Nonostante l’appello della Fondazione GIMBE – dichiara il Presidente Nino Cartabellotta – dopo un’analisi sui dati relativi ai soggetti guariti trasmessi da 8 Regioni realizzata in collaborazione con YouTrend, il resoconto giornaliero inviato dalla Lombardia alla Protezione Civile e le modalità con cui questa conteggia i casi rimangono invariati».

Ieri 9 aprile 2020, il tracciato della Regione Lombardia riportava nell’area verde:

  • 15.706 casi con “con almeno un passaggio in ospedale (anche solo in pronto soccorso) dichiarati dimessi/non ricoverati dagli ospedali lombardi. Questi pazienti sono in isolamento domiciliare fino a che non saranno dichiarati guariti”. In altre parole, la Lombardia dichiara esplicitamente che si tratta di casi che non possono essere considerati guariti
  • 16.042 “persone per cui non si rileva nessun passaggio in ospedale”

Nel report ufficiale della Protezione Civile:

  • 15.706 casi, che la Lombardia dichiara “in isolamento domiciliare”, vengono inseriti nella colonna “Dimessi/Guariti” per poi confluire nel “Totale Guariti”.
  • 16.042 vengono correttamente riportati nella colonna “Isolamento domiciliare”.

Considerato che:

  • il 55,2% del “Totale Guariti” in Italia proviene dalla Lombardia (15.706/28.470);
  • la maggior parte delle altre Regioni trasmettono i dati utilizzando i criteri di guarigione clinica e virologica definiti dal Comitato Tecnico Scientifico;

al fine di eliminare questa indebita distorsione dei casi guariti, la Fondazione GIMBE chiede:

  • alla Protezione Civile e al Ministero della Salute di non conteggiare più tra i “Guariti” i casi che la stessa Regione Lombardia dichiara “in isolamento domiciliare”;
  • alla Regione Lombardia di allinearsi alle altre Regioni sulle modalità per riportare i casi “Guariti”.

«La sovrastima del numero dei casi guariti – conclude Cartabellotta – condiziona la percezione pubblica sull’andamento dell’epidemia e influenza le decisioni sanitarie e politiche. In particolare, la pianificazione della “fase 2” deve essere informata da dati reali, evitando qualsiasi distorsione che induce decisioni finalizzate a tutelare interessi economici, piuttosto che la salute delle persone».

Il monitoraggio GIMBE dell'epidemia di COVID-19 è disponibile a: https://coronavirus.gimbe.org
 


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8 aprile 2020 | Coronavirus: verso la fase 2. Rischioso allentare misure prima di fine maggio

LE IMMINENTI DECISIONI DEL GOVERNO SU UN ALLENTAMENTO DELLE MISURE DI CONTENIMENTO NON POSSONO PRESCINDERE DA ALCUNE DOMANDE CRUCIALI: È POSSIBILE PREVEDERE IL GIORNO DEL CONTAGIO ZERO? QUALI RISULTATI HANNO OTTENUTO LE MISURE DI DISTANZIAMENTO SOCIALE? I NOSTRI RISULTATI SONO IN LINEA CON QUELLI DELLA CINA? DALLA FONDAZIONE GIMBE RISPOSTE BASATE SUI DATI E UN MODELLO PREDITTIVO PER INFORMARE UNA DELLE DECISIONI PIÙ DIFFICILI DELLA STORIA DELLA REPUBBLICA

Il quadro progressivamente meno funesto offerto dal bollettino giornaliero della Protezione Civile e l’imminente scadenza del decreto “Chiudi Italia” fissata per il 13 aprile hanno acceso il dibattito sull’avvio dell’agognata “Fase 2”, ovvero tempi e modi per allentare il lockdown. Dal vertice di ieri tra il Governo e il Comitato Tecnico Scientifico è emersa una linea di “gradualità e prudenza”, con l’ipotesi di una “Fase 2” in due step: il primo riguarderebbe piccole aperture per le attività produttive, il secondo la rimodulazione delle misure per spostamenti e uscite.

 

Ma cosa dicono oggi i dati? L’andamento dell’epidemia in Italia permette di programmare un allentamento delle misure? Con quali rischi?

«La Fondazione GIMBE – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – ha deciso di rendere pubblici i risultati delle proprie analisi indipendenti per offrire alcune risposte, utili ad informare le decisioni politiche ed aumentare la consapevolezza della popolazione in un momento estremamente delicato della gestione dell’epidemia nel nostro Paese».

È POSSIBILE PREVEDERE IL GIORNO DEL “CONTAGIO ZERO”?  Nell’impossibilità di prevedere il giorno in cui non ci sarà alcun nuovo caso, la Fondazione GIMBE pubblica il proprio modello predittivo che ha ormai raggiunto un’adeguata stabilità (figura 1). Il modello è stato elaborato con l’analisi della regressione utilizzando 2 variabili: l’incremento percentuale dei nuovi casi e il tempo espresso in giorni. Il modello prevede che il 16 aprile l’aumento dei casi scenderà al 2%, il 27 aprile all’1%, il 7 maggio allo 0,5% e il 2 giugno allo 0,1%, soglia utilizzata ad Hubei per allentare le misure. «Il modello – spiega Cartabellotta – viene aggiornato quotidianamente e deve sempre essere maneggiato con cautela perché l’andamento dei contagi potrebbe essere influenzato da variabili non considerate, spesso differenti nelle varie Regioni: insorgenza di nuovi focolai, numero di tamponi effettuati, aderenza alle misure di distanziamento sociale, sovraccarico degli ospedali».

QUALI RISULTATI HANNO OTTENUTO LE MISURE DI DISTANZIAMENTO SOCIALE?

  • Nuovi casi: nell’ultima settimana l’incremento medio giornaliero è stato del 3,9%, con trend in progressiva riduzione dal 4,5% al 2,3% (figura 2).
  • Rispetto alle categorie di casi riportati dalla Protezione Civile (figura 3):
    • Pazienti ricoverati con sintomi e in terapia intensiva: il crescente decongestionamento degli ospedali è il dato che infonde maggiore ottimismo (figura 4).
    • Isolamento domiciliare: il numero è in continuo aumento grazie ad una più efficace identificazione dei contatti e di casi sempre meno gravi.
    • Guariti: il numero aumenta, ma risulta sovrastimato perché vengono conteggiati in questa categoria i casi della Regione Lombardia dimessi dall’ospedale, senza informazioni sul loro status di guarigione clinica o virologica (ieri 59,4% dei “guariti”).
    • Deceduti: la curva continua a salire con una minima flessione negli ultimi 2-3 giorni.

I RISULTATI ITALIANI SONO IN LINEA CON QUELLI DELLA CINA? Il confronto è stato effettuato con la provincia di Hubei che conta 58,5 milioni di abitanti ed ha avuto una modalità di espansione iniziale dell’epidemia simile a quella italiana. Le curve di crescita dei contagi (figura 5) dimostrano che i risultati delle misure attuate in Italia sono ben lontani da quelli ottenuti in Cina. «Questa differenza – spiega Cartabellotta – è dovuta almeno a tre motivazioni: da noi misure non tempestive, meno rigorose e più frammentate e minore aderenza della popolazione».

«Il ruolo dei dati nelle decisioni politiche – continua Cartabellotta – dipenderà da quali indicatori sceglierà il Governo per stabilire criteri, tempi e modalità per l’avvio graduale della “Fase 2”, nella consapevolezza che, a differenza della Cina, non siamo in condizioni di applicare una sistematica tracciatura dei contatti tramite tecnologie avanzate e che i test sierologici non permettono ancora di fornire alcun “patentino di immunità”».

In sintesi, le analisi indipendenti della Fondazione GIMBE suggeriscono che:

  • La curva del contagio è rallentata, ma l’aumento dei nuovi casi è ancora rilevante.
  • Le misure di distanziamento sociale hanno alleggerito il carico sugli ospedali, ma il loro effetto sul numero totale dei casi è ancora modesto
  • L’allentamento delle misure dovrà essere graduale e differenziato per tipologia di intervento e, ove possibile, “personalizzato” nelle varie Regioni monitorando strettamente l’insorgenza di nuovi focolai.  
  • Se nelle prossime settimane sarà confermato il rallentamento dei nuovi casi, con una certa dose di spavalderia la “Fase 2” potrebbe essere avviata tra fine aprile e inizio maggio, accettando il rischio di una nuova impennata dei contagi.
  • Se al contrario la linea vuole essere quella della gradualità e della prudenza, qualsiasi riapertura prima di fine maggio non si basa sulle dinamiche del contagio in Italia.

«Il Governo – conclude Cartabellotta – è chiamato a prendere una delle decisioni più difficili della storia della Repubblica, con effetti determinanti sulla nostra salute, sulle nostre libertà individuali e sull’economia del Paese. Guardando ai numeri è fondamentale conoscere quale indicatore guiderà la politica per l’attuazione della “Fase 2”: sarà, auspicabilmente, la riduzione dei contagi al di sotto di una soglia più bassa possibile? Oppure, ci si limiterà a contenere il verosimile aumento dei ricoveri e dei decessi, per il timore che la popolazione e l’economia non sono in grado di reggere un rigoroso prolungamento del lockdown?»

Il modello predittivo è quotidianamente aggiornato sul sito: https://coronavirus.gimbe.org


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2 aprile 2020 | Coronavirus: la sovrastima dei casi guariti

LA FONDAZIONE GIMBE, IN COLLABORAZIONE CON YOUTREND, HA ANALIZZATO DEFINIZIONI E DISCREPANZE SUI CASI “DIMESSI/GUARITI”, CATEGORIA MOLTO ETEROGENEA CHE NELLA COMUNICAZIONE PUBBLICA VIENE FATTA COINCIDERE CON LE GUARIGIONI. EMBLEMATICO IL CASO LOMBARDIA: A IERI 11.415 PAZIENTI DIMESSI DA SETTING OSPEDALIERI DI CUI NON SI CONOSCE LO STATUS CLINICO CONFLUISCONO NEL DATO NAZIONALE “DIMESSI/GUARITI” DOVE COSTITUISCONO IL  68%, SOVRASTIMANDO IL TASSO DI GUARIGIONE. LA FONDAZIONE GIMBE CHIEDE ALLE ISTITUZIONI DI ELIMINARE QUESTA AMBIGUA ETICHETTA, DI NON CONTEGGIARE TRA I “DIMESSI/GUARITI” I CASI CON STATUS DI GUARIGIONE NON NOTO E DISTINGUERE LE GUARIGIONI CLINICHE DA QUELLE VIROLOGICHE.

2 aprile 2020 - Fondazione GIMBE, Bologna

I dati ufficiali sui casi di COVID-19 comunicati in occasione della conferenza stampa quotidiana della Protezione Civile, pubblicati sulla dashboard ufficiale  e sul sito del Ministero della Salute, sono aggregati in tre macro-categorie, la cui somma corrisponde al totale dei casi riportati quotidianamente dal nostro Paese all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

  • Attualmente positivi: è la somma dei pazienti “Ricoverati con sintomi”, in “Terapia intensiva” e in “Isolamento domiciliare”.
  • Dimessi/Guariti: è un “contenitore” eterogeneo che include sia pazienti dimessi dall’ospedale (non sempre guariti), sia casi di guarigione clinica o virologica.
  • Deceduti: rimangono in attesa di conferma della causa di morte da parte dell’Istituto Superiore di Sanità che a cadenza bisettimanale pubblica il bollettino epidemiologico.

«In termini di sanità pubblica – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – questa classificazione mira a distinguere i casi attivi (totale positivi), che possono contribuire alla diffusione dell’infezione, dai casi chiusi, ovvero i deceduti e i guariti che non possono contagiare altre persone. Se il numero dei casi chiusi è condizionato, nel bene e nel male, dalla qualità dell’assistenza sanitaria, quello dei casi attivi influenza sia le decisioni sanitarie per contenere l’epidemia, sia quelle politiche per l’eventuale rimodulazione delle misure di distanziamento sociale».

Dal monitoraggio GIMBE dei dati pubblici sono emerse alcune incongruenze, relative sia ai trend regionali dei “Dimessi/Guariti”, sia alle definizioni e alle modalità comunicative della Protezione Civile. In particolare, nella dashboard nazionale si rileva una discrepanza tra la denominazione del box “Dimessi/Guariti” e la legenda che riporta “Guariti: totale persone clinicamente guarite”. Inoltre, in calce al report quotidiano, dove vengono riportati i totali del giorno, il dato della colonna “Dimessi/Guariti” viene etichettato come “Totale guariti”.

«Di fronte a queste discrepanze – spiega Cartabellotta – abbiamo deciso di approfondire la questione con ulteriori analisi condotte in collaborazione con YouTrend, progetto digitale di informazione e analisi dati, edito dall'agenzia Quorum».

«Le nostre valutazioni – spiega Lorenzo Pregliasco, co-fondatore di YouTrend – evidenziano una notevole eterogeneità dei dati raccolti dalle Regioni e inviati alla Protezione Civile, vista anche l’assenza di un modello informatizzato univoco. Infatti, i dati sono trasmessi da ciascuna Regione con modalità diverse e i criteri sulla definizione dei casi “Dimessi/Guariti” sono estremamente variabili».

L’analisi effettuata il 1 aprile su 8 Regioni che rappresentano l’85,7% dei casi totali e il 91,6% dei “Dimessi/Guariti” comunicati dalla Protezione Civile (tabella) conferma l’estrema eterogeneità di questo “contenitore” nel quale confluiscono 4 tipologie di casi: pazienti virologicamente guariti (2 tamponi negativi a distanza di 24 ore), pazienti in via di guarigione virologica (primo tampone negativo, in attesa del risultato del secondo), pazienti guariti clinicamente (non sottoposti a tampone), pazienti “dimessi” da un setting ospedaliero senza alcuna informazione sullo stato di guarigione, sia essa clinica o virologica.

«Al fine di sanare questa misclassificazione e garantire la massima trasparenza – aggiunge Pregliasco – è indispensabile uniformare i dati comunicati dalle Regioni alla Protezione Civile, con la diffusione dei dettagli in formato open data per consentire ai ricercatori di effettuare analisi sui dati grezzi e su unità geografiche a livello di provincia e di comune».

Emblematico l’impatto del caso Lombardia. La Regione, infatti, nel bollettino quotidiano non menziona affatto il numero delle guarigioni, ma riporta solo il numero di pazienti dimessi dall’ospedale (o dal pronto soccorso) e inviati in isolamento domiciliare. Tutti questi casi (ieri 11.415, il 68% del totale) confluiscono nei “Dimessi/Guariti” del bollettino nazionale sovrastimando il tasso di guarigione. Infatti, il comunicato stampa giornaliero della Protezione Civile ieri riporta 16.847 persone guarite, dato confermato anche sul sito del Ministero della Salute.

«Al fine di non alimentare un irrealistico senso di ottimismo sul reale andamento dell’epidemia – conclude Cartabellotta – rischiando di affidare le decisioni sanitarie e politiche ad un numero che contiene anche casi ancora attivi, la Fondazione GIMBE chiede al Ministero della Salute e alla Protezione Civile di allineare la comunicazione pubblica ai criteri di guarigione clinica e virologica ribaditi  il 19 marzo dal Comitato Tecnico-Scientifico».

 

Richieste della Fondazione GIMBE al Ministero della Salute e alla Protezione Civile

  • Sostituire definitivamente l’ambigua etichetta “Dimessi/Guariti” con “Guariti”
  • I soggetti con status di guarigione non noto devono essere:
    • esclusi dal contenitore “Dimessi/Guariti”
    • riclassificati come casi attivi in isolamento domiciliare
  • Distinguere i soggetti guariti per:
    • guarigione clinica
    • guarigione virologica

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23 marzo 2020 | Coronavirus: allarme operatori sanitari contagiati.A rischio salute pazienti e tenuta sanità

AL 22 MARZO L’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ RIPORTA 4.824 PROFESSIONISTI SANITARI POSITIVI AL CORONAVIRUS, PARI AL 9% DEL TOTALE DEI CASI CONFERMATI. LA FONDAZIONE GIMBE CHIEDE DI ESTENDERE L’ESECUZIONE DEI TAMPONI A TUTTI I PROFESSIONISTI E OPERATORI SANITARI E INVITA L’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ A MODIFICARE E INTEGRARE LE LINEE GUIDA NAZIONALI PER GARANTIRE LA MASSIMA PROTEZIONE DI CHI È IMPEGNATO IN PRIMA LINEA CONTRO L’EMERGENZA CORONAVIRUS.

23 marzo 2020 - Fondazione GIMBE, Bologna

Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), in Italia dall’inizio dell’epidemia sono 4.824 i professionisti sanitari che hanno contratto un’infezione da coronavirus, pari al 9% del totale delle persone contagiate, una percentuale più che doppia rispetto a quella della coorte cinese dello studio pubblicato su JAMA (3,8%). Peraltro, a giudicare dalle innumerevoli narrative e dalla mancata esecuzione dei tamponi a tutti i professionisti e gli operatori sanitari, il numero ufficiale fornito dall’ISS è ampiamente sottostimato.

«Un mese dopo il caso 1 di Codogno – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – i numeri dimostrano che abbiamo pagato molto caro il prezzo dell’impreparazione organizzativa e gestionale all’emergenza: dall’assenza di raccomandazioni nazionali a protocolli locali assenti o improvvisati; dalle difficoltà di approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale (DPI), alla mancata esecuzione sistematica dei tamponi agli operatori sanitari; dalla mancata formazione dei professionisti sanitari all’informazione alla popolazione». Tutte queste attività, inclusa la predisposizione dei piani regionali, erano previste dal “Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale” predisposto dopo l’influenza aviaria del 2003 dal Ministero della Salute e aggiornato al 10 febbraio 2006. «È inspiegabile – continua il Presidente – che tale piano non sia stato ripreso e aggiornato dopo la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, lo scorso 31 gennaio».

«Inoltre la mancanza di policy regionali univoche sull’esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari, conseguente anche al timore di indebolire gli organici – spiega Cartabellotta – si è trasformata in un boomerang letale. Infatti, gli operatori sanitari infetti sono stati purtroppo i grandi e inconsapevoli protagonisti della diffusione del contagio in ospedali, residenze assistenziali e domicilio di pazienti». Per tale ragione la Fondazione GIMBE invita tutte le Regioni, sulla scia di quanto già deliberato in Emilia Romagna e Calabria, a mettere in priorità assoluta l’esecuzione di tamponi a tutti gli operatori sanitari, sia in ospedale, sia sul territorio, con particolare attenzione ai professionisti coinvolti nell’assistenza domiciliare e nelle residenze assistenziali assistite, oltre che in case di riposo.

Riguardo l’elaborazione dei protocolli regionali e locali di protezione degli operatori sanitari, l’ISS ha pubblicato il 14 marzo la seconda versione delle “Indicazioni ad interim per un utilizzo razionale delle protezioni per infezione da SARS-COV-2 nelle attività sanitarie e sociosanitarie (assistenza a soggetti affetti da COVID-19) nell’attuale scenario emergenziale SARS-COV-2” che riprendono quasi interamente le raccomandazioni pubblicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il 27 febbraio 2020, senza tenere conto delle più recenti raccomandazioni dell’European Centre for Diseases Prevention and Control e dei Centers for Disease Control and Prevention.

L’analisi GIMBE del documento originale dell’OMS identifica una distorsione di fondo: le raccomandazioni si basano sul presupposto che le scorte mondiali di DPI, in particolare mascherine e respiratori medici, sono insufficienti per fronteggiare l’emergenza pandemica di COVID-19. Al contrario, le linee guida dovrebbero essere basate sulle migliori evidenze scientifiche, lasciando poi ai singoli paesi, la possibilità di definire le priorità in relazione a necessità, disponibilità ed eventuali difficoltà di approvvigionamento.

«Le raccomandazioni nazionali – sottolinea Claudio Beltramello, medico igienista, componente della faculty GIMBE, già collaboratore del Dipartimento Prevenzione e Controllo delle Malattie Infettive dell’OMS –devono indicare gli interventi più efficaci per prevenire l’infezione del personale sanitario. Se esistono difficoltà locali ad attuarle per carenza di DPI, in particolare mascherine chirurgiche e FFP2, è un altro problema. Raccomandare l’utilizzo appropriato dei DPI è fondamentale per garantirli; se invece viene legittimato che in vari scenari a rischio i DPI non servono, sarà meno probabile predisporre un adeguato piano di approvvigionamento».

«Non è accettabile dal punto di vista scientifico ed etico – ribadisce Cartabellotta – “tarare al ribasso” le raccomandazioni nazionali e, a cascata, i protocolli regionali e locali per proteggere gli operatori sanitari, visto che le conseguenze non ricadono solo sulla salute dei professionisti, ma soprattutto su quella dei pazienti, oltre che sulla tenuta del servizio sanitario».

Peraltro il documento dell’ISS contiene raccomandazioni inapplicabili in ambito ospedaliero e/o insufficienti a garantire la massima protezione degli operatori sanitari, che la Fondazione GIMBE invita pertanto a rettificare ed integrare (box). «Le evidenze scientifiche – sottolinea Beltramello – dimostrano che in setting assistenziali le mascherine chirurgiche non proteggono adeguatamente professionisti e operatori sanitari. Infatti, sin dall’inizio dell’epidemia Istituzioni ed esperti indipendenti ribadiscono che la mascherina chirurgica non conferisce sufficiente protezione ai soggetti sani che vengono a contatto con un soggetto infetto».

«Confidiamo – conclude Cartabellotta – che l’Istituto Superiore di Sanità proceda ad una revisione del documento per garantire la massima protezione di professionisti e operatori sanitari, che tutte le Regioni dispongano di effettuare i tamponi a tutti gli operatori in prima linea contro l’emergenza e che la fornitura di mascherine per medici, operatori sanitari e pazienti – annunciata ieri da Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza coronavirus – sia adeguata secondo quanto previsto dalle le migliori evidenze scientifiche».

PROPOSTA DI MODIFICHE AL DOCUMENTO

Rapporto ISS COVID-19 n. 2/2020

“Indicazioni ad interim per un utilizzo razionale delle protezioni per infezione da SARS-COV-2 nelle attività sanitarie e sociosanitarie (assistenza a soggetti affetti da COVID-19) nell’attuale scenario emergenziale SARS-COV-2”

 

AREE DI DEGENZA

Stanza di pazienti COVID-19

  • Per gli operatori sanitari che assistono pazienti con COVID-19, sostituire l’indicazione della mascherina chirurgica con quella FFP2; la mascherina chirurgica può essere un’opzione di seconda scelta solo se anche il paziente è in grado di indossarla, circostanza poco probabile perché molti pazienti ricoverati hanno distress respiratorio.
  • Per gli operatori sanitari che eseguono i tamponi oro-faringei raccomandare la mascherina FFP2. Estendere la raccomandazione anche a setting diversi dalla stanza di degenza dei COVID-19 positivi, visto che il tampone si esegue soprattutto su casi sospetti, che non sono già ricoverati in stanze dedicate.

 

Altre aree di transito e trasporto interno dei pazienti

  • Raccomandare la mascherina chirurgica al personale addetto ai trasporti interni in tutte le aree di transito/reparti e la FFP2 se il transito prevede partenza/arrivo/passaggio in aree COVID-19 positivi.
  • Tutti i pazienti trasportati dovrebbero indossare la mascherina chirurgica, se tollerata, per ridurre il rischio di contagio durante il trasporto.

 

Triage

  • Eliminare o modificare tutte le raccomandazioni che prevedono di mantenere la distanza di un metro, in quanto inapplicabili nelle attività di triage che prevedono il contatto con i pazienti.
  • Pazienti: sostituire “sintomi respiratori” con “sintomi compatibili con infezione da SARS-COV2” (es. febbre e/o tosse e/o mal di gola e/o congiuntivite e/o distress respiratorio).
  • Raccomandare l’uso di mascherine chirurgiche, ad eccezione degli operatori che lavorano dietro al vetro con interfono.
  • Prevedere una raccomandazione specifica per gli operatori che effettuano il triage e la valutazione a diretto contatto con i pazienti, per i quali deve essere indicato l’uso della mascherina FFP2.

 

AMBULATORI OSPEDALIERI E DEL TERRITORIO NEL CONTESTO DI COVID-19

Ambulatori

  • Operatori sanitari: raccomandare l’utilizzo della mascherina FFP2 per gli operatori (es. medici di medicina generale) che visitano pazienti con sintomi sospetti di COVID-19.
  • Pazienti: sostituire “sintomi respiratori” con “sintomi compatibili con infezione da SARS-COV2” (es. febbre e/o tosse e/o mal di gola e/o congiuntivite e/o distress respiratorio).

 

Triage

  • Operatori sanitari: eliminare la raccomandazione di rispettare la distanza di almeno 1 metro in quanto inapplicabile e raccomandare almeno la mascherina chirurgica.
  • Prevedere una raccomandazione specifica per gli operatori che effettuano il triage e la valutazione a diretto contatto con i pazienti, per i quali deve essere indicato l’uso della mascherina FFP2.

 

 

AMBULANZA O MEZZI DI TRASPORTO

Operatori sanitari

  • Indicare FFP2 se si trasportano pazienti con COVID-19; prevedere in alternativa la mascherina chirurgica solo se anche il paziente è in grado di indossarla in quanto stabile, ovvero non si prevede che debba essere tolta durante il trasporto per somministrargli ossigeno o eseguire manovre.

Autisti

  • Raccomandare l’utilizzo della mascherina chirurgica anche in caso di abitacolo separato visto che aiutano a caricare e scaricare i pazienti e la distanza di un metro non può essere garantita. Per gli autisti prevedere una mascherina FFP2 a disposizione nel mezzo da indossare in caso debbano aiutare l’operatore sanitario a gestire una crisi respiratoria di un paziente positivo trasportato.

 

ULTERIORI RACCOMANDAZIONI SUGGERITE

  • In tutte le aree di degenza dove si presuppone che i pazienti siano COVID-19 negativi dovrebbe essere raccomandato l’utilizzo sistematico della FFP2 o, se non disponibile, della mascherina chirurgica da parte di tutti gli operatori sanitari. Infatti, la maggior parte delle epidemie ospedaliere che hanno coinvolto i professionisti sanitari sono partite da unità operative non dedicate a pazienti COVID-19 positivi (es. ginecologia, geriatria, medicina interna, ortopedia, neurologia, etc.). Di conseguenza, è necessario considerare potenzialmente infetto ogni paziente ospedalizzato per altre patologie e prevedere la protezione dei professionisti di aree non COVID-19, secondo il concetto di precauzione universale.
  • In aree geografiche ad elevata endemia sarebbe opportuno prevedere l’uso della mascherina chirurgica per tutti i pazienti che accedono a qualsiasi setting sanitario, sia ospedaliero che territoriale.

 


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18 marzo 2020 | Coronavirus 25 giorni dopo: i numeri rispondono ai dubbi degli italiani e esortano l’Europa a non perdere altro tempo

DALLE ANALISI INDIPENDENTI DELLA FONDAZIONE GIMBE SULL’EPIDEMIA DI COVID-19 EMERGONO ALCUNE CERTEZZE: GRAVITÀ E TASSO DI LETALITÀ SONO AMPIAMENTE SOVRASTIMATI PERCHÈ CI SONO ALMENO 100.000 CASI, DI CUI 70.000 NON IDENTIFICATI. I TASSI DI LETALITÀ IN LOMBARDIA ED EMILIA ROMAGNA, PROSSIMI AL 10%, DOCUMENTANO UN SOVRACCARICO DEGLI OSPEDALI. LE REGIONI DEL SUD SONO QUELLE CHE POSSONO BENEFICIARE AL MEGLIO DELLE MISURE DI DISTANZIAMENTO SOCIALE AL FINE DI EVITARE UN DISASTRO SANITARIO. INACCETTABILI I TENTENNAMENTI E RITARDI DI EUROPA E USA CHE DEVONO AFFRONTARE LA STESSA BATTAGLIA DELL’ ITALIA

17 marzo 2020 - Fondazione GIMBE, Bologna

Dal 21 gennaio 2020 la Fondazione GIMBE alimenta con i dati ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e della Protezione Civile una dataroom per attività indipendenti di ricerca e divulgazione.

«Abbiamo da sempre ritenuto – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – che le attività di un’organizzazione indipendente finalizzate a informare il Paese sulla salute, l’assistenza sanitaria e la ricerca biomedica possono determinare grandi benefici sociali ed economici. Ecco perché abbiamo convogliato i nostri sforzi su analisi dei dati e comunicazione dell’epidemia da coronavirus».

A poco più di 3 settimane dal primo caso di Codogno, la Fondazione GIMBE risponde con i dati ai quesiti più frequenti e rilevanti di cittadini, decisori, professionisti sanitari e media.

Gravità della COVID-19. Il quadro restituito dai dati ufficiali spaventa gli italiani che percepiscono una patologia molto grave (figura 1). L’aggiornamento del 16 marzo (che non include i dati della Puglia e della Prov. Aut. di Trento), riporta 27.980 casi: 1.851 (6,6%) pazienti in terapia intensiva; 11.025 (39,4%) ricoverati con sintomi; 10.197 (36,4%) in isolamento domiciliare; 2.749 (9,8%) dimessi guariti; 2.158 i decessi (7,7%). «Questa distribuzione di gravità della malattia – spiega il Presidente – appare molto più severa di quella cinese: infatti, lo studio condotto sulla coorte cinese e  pubblicato su JAMA riportava 44.415 casi confermati di cui 81% lievi, 14% severi (ospedalizzati) e 5% critici (in terapia intensiva), con un tasso grezzo di letalità del 2,3%».

Considerato che in Italia i tamponi vengono effettuati prevalentemente sui soggetti sintomatici, la gravità di COVID-19 è ampiamente sovrastimata perché vediamo solo la punta dell’iceberg. «Assumendo una distribuzione di gravità della malattia sovrapponibile a quella delle coorte cinese – spiega Cartabellotta – si può ipotizzare che la parte sommersa dell’iceberg contenga oltre 70.000 casi lievi/asintomatici non identificati». Prendendo in considerazione questi casi, la casistica italiana si “ricompone” riducendo la percentuale di pazienti ricoverati e in terapia intensiva (figura 2), oltre che del tasso di letalità che si riallinea a quello della coorte cinese.

«La sottostima del numero totale dei contagiati – continua il Presidente – se da un lato può attenuare le preoccupazioni sulla gravità della COVID-19, dall’altro non deve in alcun modo fare abbassare la guardia. Tutti dobbiamo essere consapevoli della necessità di rimanere a casa e di applicare rigorosamente tutte le misure di distanziamento sociale imposte dal Governo con l’obiettivo di ridurre la circolazione del virus, di evitare il contagio di altre persone, in particolare di soggetti anziani e fragili, al fine di evitare il sovraccarico degli ospedali».

Tasso di letalità della COVID-19. Oltre che dall’esecuzione dei tamponi prevalentemente ai soggetti sintomatici, viene anche sovrastimato dai soggetti positivi deceduti per altre cause, per i quali si deve attendere la conferma della causa di morte dall’Istituto Superiore di Sanità. In ogni caso, il tasso grezzo di letalità ieri ha raggiunto il 7,7%, con ampie variabilità regionali: in particolare è del 9,8% in Emilia Romagna e 9,7% in Lombardia, rispetto al 4% nelle altre Regioni (figura 3). «Questo dato – spiega Cartabellotta – rappresenta una spia rossa sul sovraccarico degli ospedali, in particolare delle terapie intensive, allineando i numeri alla narrativa di chi lavora in prima linea».

Diffusione del coronavirus in Italia. Il vertiginoso aumento giornaliero dei casi genera un’attesa spasmodica del momento in cui sarà raggiunto il picco. Al di là dei numeri assoluti, bisogna tenere d’occhio l’incremento percentuale dei nuovi casi che, dopo alcuni zig-zag iniziali, nelle ultime 2 settimane si è attestato intorno al 20-25% (figura 4), ovvero ogni 4-5 giorni si è raddoppiato il numero di casi (il dato di ieri del 13% non è definitivo). Tuttavia, le modalità di diffusione dell’epidemia in Italia permettono di identificare 4 “contenitori” con dinamiche differenti: Lombardia; Emilia Romagna e Veneto; Regioni confinanti; tutte le altre Regioni. I 4 “contenitori” hanno un’impennata della curva molto simile, ma ritardata di 4-5 giorni l’uno rispetto all’altro (figura 5). «Se da un lato – spiega il Presidente – il numero di casi limitati nelle “altre Regioni”, prevalentemente del centro-sud, genera un pericoloso e fallace senso di tranquillità, dall’altro rappresenta un grande vantaggio per ridurre la circolazione del virus grazie alle misure di distanziamento sociale che in quelle regioni sarebbero molto più tempestive».

Diffusione del coronavirus in Europa. La recente impennata dei casi in Spagna, Francia, Germania, dimostra che per tutti i paesi europei la battaglia è analoga a quella italiana, con un ritardo di 7-9 giorni (figura 6) «Tutti i paesi hanno avuto la possibilità di giocare d’anticipo – spiega Cartabellotta – avendo già visto il film italiano, ma hanno perseguito politiche attendiste contro un virus che si diffonde alla velocità della luce, e da cui si ritenevano immuni. Considerato che l’efficacia delle misure di distanziamento dipende dalla loro rigorosità, dalla tempestività e dall’aderenza dei cittadini, Europa, Stati Uniti e tutti i paesi del mondo, dovrebbero fare tesoro dell’esperienza (e degli errori) dell’Italia».

Modelli predittivi. Alla domanda “quando finirà?”, purtroppo è impossibile rispondere perché la validità dei modelli predittivi è influenzata da due fattori imprevedibili: la diffusione asincrona del coronavirus tra i vari paesi e l’assenza di un piano pandemico unico in Europa, dove i singoli Paesi stanno adottando differenti modalità di gestione dell’epidemia. «Le conseguenze di questo approccio frammentato – ammonisce il Presidente – sono al contrario piuttosto prevedibili. Innanzitutto, si rischia di vanificare le misure draconiane messe in atto da alcuni paesi (in primis l’Italia), a causa degli inevitabili “casi di rientro”; in secondo luogo, i picchi dell’epidemia avverranno in tempi diversi tra i vari paesi e le conseguenze saranno legate all’efficacia dei vari sistemi sanitari; infine, sarà molto più difficile predisporre misure straordinarie per fronteggiare la recessione economica se i paesi del G7 e del G20 si troveranno disallineati nella gestione dell’epidemia e delle sue conseguenze sui mercati finanziari».

«Nonostante alcuni evitabili ritardi – conclude Cartabellotta – l’Italia è sulla giusta strada per contrastare l’avanzata del coronavirus. Adesso spetta a noi tutti fare i necessari sacrifici individuali per contribuire alla tutela della salute e alla tenuta del nostro insostituibile Servizio Sanitario Nazionale. Serve molta pazienza perché è ragionevolmente certo che i tempi non saranno affatto brevi».


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6 marzo 2020 | Coronavirus: le misure di distanziamento sociale sono efficaci per rallentare l’epidemia ed evitare il collasso della sanità

CORONAVIRUS: LE MISURE DI DISTANZIAMENTO SOCIALE SONO EFFICACI PER RALLENTARE L’EPIDEMIA ED EVITARE IL COLLASSO DELLA SANITÀ

IN ASSENZA DI UN VACCINO, LE MISURE DI DISTANZIAMENTO SOCIALE SONO L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE ALL’EMERGENZA CORONAVIRUS: ISOLAMENTO DEI MALATI, QUARANTENA DEI SOGGETTI ESPOSTI, TRACCIATURA DEI CONTATTI, CHIUSURA DELLE SCUOLE, MISURE PER GLI AMBIENTI DI LAVORO E DIVIETO DI ASSEMBRAMENTI. DALLA FONDAZIONE GIMBE UNA REVISIONE SISTEMATICA DELLE PROVE DI EFFICACIA DI QUESTI INTERVENTI PER INFORMARE SCELTE POLITICHE, DECISIONI DI AMMINISTRATORI LOCALI E COMPORTAMENTI DEI CITTADINI. LA CHIAVE DEL SUCCESSO? ATTUAZIONE TEMPESTIVA DELLE MISURE ED ELEVATA ADERENZA DA PARTE DELLA POPOLAZIONE.

6 marzo 2020 - Fondazione GIMBE, Bologna

Il 4 marzo il Presidente del Consiglio Conte ha firmato un nuovo DPCM che prevede misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza da COVID-19 valide sull’intero territorio nazionale. Misure drastiche e impopolari che hanno subito scatenato il dibattito scientifico e politico: la miccia si è accesa alla notizia che il Comitato Tecnico-Scientifico istituito dalla Protezione Civile avrebbe espresso parere contrario alla sospensione delle attività scolastiche, una misura considerata priva di efficacia in assenza di evidenze scientifiche a supporto.

«Le infezioni da virus influenzali – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – si diffondono prevalentemente tramite stretto contatto nelle comunità e in assenza di un vaccino per il COVID-19 le misure di distanziamento sociale sono l’unica arma a nostra disposizione per contrastare l’epidemia». Queste misure infatti, riducendo la trasmissione del virus, ritardano il picco dell'epidemia, ne riducono l’entità e distribuiscono i casi su un arco temporale più lungo per consentire al sistema sanitario di prepararsi adeguatamente e consentire una migliore gestione dei casi sintomatici (figura).

Per fornire una base scientifica al dibattito in corso, oltre che per informare ulteriori scelte politiche, la Fondazione GIMBE ha tradotto e adattato una revisione sistematica pubblicata lo scorso 2 febbraio sulla rivista dei Center for Disease and Control and Prevention (CDC). La revisione analizza le prove di efficacia relative a sei misure per contrastare le pandemie influenzali: isolamento domiciliare dei malati, quarantena dei soggetti esposti, tracciatura dei contatti, misure relative alle scuole e agli ambienti di lavoro e divieto di assembramenti di persone.

Isolamento domiciliare dei malati: 15 studi documentano un’efficacia moderata nel ridurre la trasmissione e l’impatto dell’epidemia. Presupponendo un’elevata aderenza da parte dei soggetti sintomatici, l'isolamento volontario domiciliare potrebbe essere preferibile rispetto ad altre misure di protezione personale. «Due aree di incertezza sul COVID-19 – spiega il Presidente – condizionano la durata del periodo di isolamento volontario: la durata dell'infettività e l’entità della trasmissione da parte dei casi lievi o asintomatici».

Quarantena dei soggetti esposti: 16 studi documentano un’efficacia moderata nel ridurre la trasmissione e l’impatto dell’epidemia. Tuttavia, identificare tempestivamente i casi e i loro contatti stretti può essere complicato nelle fasi iniziali di un’epidemia e impossibile successivamente. «Peraltro – precisa Cartabellotta – la quarantena solleva rilevanti questioni etiche relative alla libertà di movimento». Di conseguenza, l’auto-quarantena sembra preferibile a quella obbligatoria nella maggior parte degli scenari, ma sulla durata ottimale non esistono evidenze scientifiche.

Tracciatura dei contatti: 4 studi documentano che in associazione con altre misure (es. isolamento e quarantena) può ridurre la diffusione e l’impatto dell’epidemia. «Tuttavia la tracciatura dei contatti apporta benefici marginali a fronte delle risorse necessarie – spiega Cartabellotta – perché dopo la fase iniziale dell’epidemia il numero di casi cresce esponenzialmente in poco tempo». Per questo non esiste un razionale per l'uso routinario della tracciatura dei contatti nella popolazione generale per il contenimento dell’epidemia.

Misure relative alle scuole:

  • Vacanze pianificate: 28 studi dimostrano che la diffusione dell’epidemia si riduce durante il periodo di vacanza, ma può aumentare dopo la riapertura delle scuole
  • Chiusura reattiva delle scuole: 16 studi documentano un’efficacia variabile nel ridurre la diffusione dell’epidemia quando la chiusura viene disposta dopo il verificarsi di focolai influenzali
  • Chiusura preventiva delle scuole: 13 documentano un’efficacia variabile nel ridurre la diffusione dell’epidemia

«Se fortunatamente i bambini non sembrano particolarmente suscettibili al COVID-19 – sottolinea Cartabellotta – la frequenza scolastica svolge un ruolo importante nella diffusione di tutti i virus influenzali a causa di più elevati tassi di contatto tra le persone. Infatti, numerosi studi osservazionali confermano che la trasmissione complessiva dell'influenza nella comunità si riduce quando le scuole sono chiuse». Tuttavia, l’efficacia di questo intervento è condizionata dalla tempestività e dalla durata, talora difficili da definire nel turbine di un'epidemia, tra ritardi informativi e difficoltà nell'interpretazione dei dati di sorveglianza.

Misure relative agli ambienti di lavoro: 18 studi dimostrano un’efficacia variabile nel ridurre la diffusione e l’impatto dell’epidemia. Incentivazione del telelavoro, scaglionamento dei turni, congedi retribuiti, ferie pianificate possono ridurre in parte la trasmissione all'interno della comunità, ma con un effetto minore rispetto alla chiusura delle scuole. 10 studi (tutti di simulazione) sulla chiusura dei luoghi di lavoro dimostrano un’efficacia moderata nel ridurre la trasmissione e l’impatto dell’epidemia. «Considerato che tali misure determinano conseguenze economiche rilevanti – puntualizza il Presidente – occorre identificare attentamente gli ambienti di lavoro a cui applicare gli interventi, stabilire se compensare dipendenti o aziende per eventuali perdite di reddito o produttività e evitare diseguaglianze sociali nelle fasce a basso reddito e tra i lavoratori occasionali».

Divieto di assembramenti: 3 studi documentano un’efficacia moderata nel ridurre la diffusione dell’epidemia, ma solo se l’applicazione è tempestiva e prolungata.

«Le evidenze scientifiche – conclude Cartabellotta – documentano l'efficacia delle misure di distanziamento sociale per ridurre l’impatto delle epidemie influenzali, in particolare quando combinate tra loro. La scelta delle misure di sanità pubblica, oltre che dalla qualità e quantità delle evidenze scientifiche, è condizionata da fattori epidemiologici, geografici, economici e sociali. In ogni caso, la loro efficacia è sempre condizionata da due fattori: attuazione tempestiva ed elevata aderenza da parte di amministratori locali e cittadini».

L’articolo “Efficacia delle misure di distanziamento sociale per contrastare le pandemie influenzali” è disponibile a: www.evidence.it/distanziamento-sociale.


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11 febbraio 2020 | Coronavirus: tra numeri ufficiali e incognite vietato abbassare la guardia

LA FONDAZIONE GIMBE ANALIZZA I CASI CONFERMATI DALL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ E CON ALCUNE INFOGRAFICHE OFFRE UN QUADRO AGGIORNATO E COMPLETO A DECISORI, PROFESSIONISTI SANITARI, CITTADINI E MEDIA. AD OGGI L’EPIDEMIA APPARE CONFINATA IN CINA E LA SUA DIFFUSIONE NEL RESTO DEL MONDO È BEN CONTROLLATA: PER OGNI 1.000 CASI IN CINA, 8 NEL RESTO DEL MONDO DI CUI 1 IN EUROPA. SULL’AFFIDABILITÀ DEI NUMERI UFFICIALI PESANO PERÒ ALCUNE INCOGNITE: SOTTOSTIMA DEI CASI IN CINA, ASSENZA DI SEGNALAZIONI DALL’AFRICA PER MANCANZA DEI KIT DIAGNOSTICI, INQUIETANTE SILENZIO DAL SUD-AMERICA. CRUCIALE MANTENERE TUTTE LE MISURE DI MASSIMA PRECAUZIONE PERCHÈ LA TUTELA DELLA SALUTE VIENE PRIMA DI TUTTO.

11 febbraio 2020 - Fondazione GIMBE, Bologna

L’overdose d’informazioni sul coronavirus, spesso finalizzate alla ricerca della notizia a tutti i costi, distrae dai numeri confermati dalle istituzioni internazionali, oltre che dalle dinamiche di diffusione del virus, gli unici punti di riferimento per le decisioni di sanità pubblica e per l’informazione alla popolazione. Questa asimmetria informativa ha generato una dissociazione tra la minaccia reale dell’epidemia e la sua percezione pubblica, alimentata ogni giorno da notizie irrilevanti, allarmanti, incomplete o imprecise. A ciò si aggiungono anche le discordanti interpretazioni degli esperti di dati ed evidenze scientifiche che aumentano la disinformazione e disorientano la popolazione.

«Per tali ragioni – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – abbiamo deciso di pubblicare le nostre analisi sui casi confermati con le relative infografiche per fornire a decisori, professionisti sanitari, cittadini e media un quadro sintetico e completo sui numeri dell’epidemia da coronavirus, che oggi non può essere etichettata come pandemia, visto che non si tratta di un’epidemia di dimensioni globali con focolai in vari paesi anche distanti tra loro».

La Fondazione GIMBE dal 27 gennaio alimenta un database con i dati pubblicati dal report quotidiano dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), integrati con alcuni dettagli del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) per ciò che riguarda l’Europa. «Al fine di facilitare la comunicazione per i non addetti ai lavori – spiega il Presidente – i dati sono stati aggregati per le principali aree geografiche, privilegiando la rilevanza per il nostro Paese rispetto ai dettagli analitici, per i quali si rimanda alle fonti originali». Al 10 febbraio 2020 l’OMS riporta i seguenti dati:

CASI CONFERMATI 40.554 così distribuiti:

  • Cina: 40.235 casi (99,2% del totale) di cui:
    • Provincia di Hubei: 29.631 casi (73,1% del totale)
    • Province confinanti a Hubei: 4.234 casi (10,4% del totale)
    • Altre province: 6.370 casi (15,7% del totale)
  • Resto del mondo: 319 casi (0,8% del totale)
    • Europa: 39 casi (0,1% del totale)
    • Altri paesi: 280 casi (0,7% del totale), di cui la maggior parte nei paesi del Sud-Est asiatico (n. 143) e del Pacifico occidentale (n. 37), oltre che sulla nave Diamond Princess in quarantena al largo delle coste giapponesi (n.67).

«Questi numeri – spiega Cartabellotta – dimostrano che per ogni 1.000 casi confermati in Cina si conta 1 solo caso in Europa e 7 negli altri paesi quasi tutti vicini alla Cina. È evidente che l’affidabilità dei dati dell’OMS è condizionata da alcune incognite oggi non valutabili: verosimile sottostima dei casi in Cina, assenza di segnalazioni dall’Africa per la mancanza di kit diagnostici, silenzio totale dal Sud America».

910 DECESSI, di cui solo 1 fuori dalla Cina, nelle Filippine. «Il tasso grezzo di mortalità – precisa Cartabellotta – è del 2,2%, percentuale maggiore a quella dell’influenza stagionale in Italia, ma indubbiamente sovrastimata perché il numero dei casi in Cina potrebbe essere di gran lunga superiore».

39 CASI CONFERMATI IN EUROPA: Germania (n. 14), Francia (n. 11), Regno Unito (n. 4), Italia (n. 3), Spagna (n. 2), Belgio, Finlandia e Svezia (n. 1). I casi riportati dall’OMS includono anche i 2 della Russia che l’ECDC non conteggia tra quelli europei. 20 dei 39 casi confermati in Europa sono “importati”, ovvero diagnosticati in persone con recente storia di viaggi in Cina, mentre 12/14 in Germania, 5/6 casi in Francia e 2/4 nel Regno Unito sono classificati “contratti localmente”, ovvero in soggetti senza storia di viaggi in Cina. Al momento l’ECDC afferma che, grazie alle misure di contenimento adottate, il rischio di infezione per la popolazione europea rimane molto basso, ma sottolinea le numerose incertezze sulla trasmissione del virus e la verosimile sotto-rilevazione dei casi, in particolare quelli lievi o asintomatici.

«Ad oggi – conclude Cartabellotta – il numero e la distribuzione geografica dei casi accertati confermano che l’epidemia è contenuta in Cina, prevalentemente nella provincia di Hubei, e che la diffusione al resto del mondo è ben controllata, in particolare in Europa dove la “cintura di sicurezza” sta funzionando adeguatamente. Tuttavia, se i dati attestano che non esiste alcun motivo di allarme in Europa e in Italia, le numerose incertezze supportano sia la scelta politica della massima precauzione per tutelare la salute delle persone, sia la necessità per i cittadini di seguire le raccomandazioni del Ministero della Salute, diffidando delle notizie sensazionalistiche perché la paura individuale può alimentare il panico collettivo, oggi molto più pericoloso del coronavirus».

Tutte le infografiche GIMBE sono disponibili a: www.gimbe.org/coronavirus.


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